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B Boy

giovedì 20 giugno 2013

E' ora di tornare mi son detto. L'ultimo posticillo datato all'anno passato, stavo pensando al suicidio, o piuttosto a candidarmi ai premi di Macchianera al miglior blog andato a puttane. Non scherzo, quel premio esiste. Ma ci sono ancora tante storielle, tanto cazzeggio, tante cosette che passano in questa Barcellona birichina per tenermele tutte per me. Le notti si allungano, le notti d'estate ancora di più, e visto che non sono un festivalero né più un viaggiatore fisico, avrò forse tempo da dedicare a questo magazine general-qualunquista sul flaneurismo nella capitale catalana.
I ritmi si accelereranno, visto che ho introdotto una passione divorante per la bicicletta negli ultimi mesi che mi fa pedalare dappertutto alla ricerca di libertà, e mi fa slalommare meglio di Tomba tra la turistaglia impazzita. Vediamo che succede. Grazie a tutti per le visite, la compagnia e i commenti passati. Ci risentiamo nei prossimi giorni.
Baci e


Baci e basta.

B

L'Hotel W visto di fronte, o di culo, a seconda di dove si entra. Sembra un cucciolo di pinguino che applaude.


Il Duce e le donne (Festa Mesta).

giovedì 19 luglio 2012

Ah ah! Ah ah ah! Buonasera a tutti, 22:08, ora di cena in Ispagna. Mi diletto questa sera a dileggiare elementi contenutistici della festa del PD, a.k.a. Festa de l'Unità di Roma, segnalata via Facebook dal grande critico del cinema della vita Bruno Ballardini, il quale mette l'accento sulla "u" di uno degli aspetti trucidi dell'evento, ma ce ne sono altri non da meno di cui ameremmo, dalla nostra postazione e  per dileggio, appunto, disquisire. Andiamo con ordine, ma premettiamo che sosteniamo la FdU come idea di base, con le birrette, la porchetta e i concerti dei CCCP o dei Nomadi - almeno come ce la ricordiamo dall'adolescenza-.
Dunque, Bruno su Facebook posta su questa figata di presentazione del libro sulla vita sexuale di Mussolini, highlight della festa. Agora vox.it riporta l'acutissima recensione de Il Giornale: Una serie ininterrotta di trionfi, probabilmente un totale di quattrocento. Una caccia compulsiva, nata un po’ dall’istinto un po’ dalla volontà di costruirsi attorno un mito, utile quanto altri più politici orpelli a rafforzare il carisma del leader, dell’uomo del destino a cui nessuno può resistere. Una corsa contro il tempo e il fato che si concluse come spesso si concludono i sogni di grandezza: tra pillole e talismani usati inutilmente per tenere ancora alto lo stendardo della virilità. Stiamo parlando del rapporto complesso di Benito Mussolini con le donne.

Bene. 1) Constato con piacere che nonostante le leggi italiane iperrepressive, il fumo continua a circolare senza problemi 2) Che se un normale paesano come il sottoscritto ha accostato circa 50 donne nella sua vita prima dei quaranta, 400 donne per un V.I.P., per di più nellge d'or delle puttane, è assolutamente nella media. 3) Spero che i miei sogni di grandezza - e qualunque cosa intendiate per grandezza - non si concludano tra pillole e talismani. 4) Secondo me è giusto che lo stendardo della virilità abbassibandiera a un certo punto, perché non c'è niente di più imbarazzante di un vecchio arrapato. 5) Il rapporto con le donne è complesso di per sé, by default, per Benito, Stalin, Winston e Bachisio.

La presentazione è alle 22, in concomitanza con un dibattito sulla trasparenza della pubblica amministrazione e sulle donne uccise dalla Mafia. Chi otterrà più successo di pubblico? Amici, romani, compatrioti, siete invitati a raccontarcelo. Ay (sospiro) non per essere frivoli, che l'estate porta un po' a quello, ma qui in Spagna, di solito, la festa è una festa, che sia di un partito maggiore o di una associazione di vicini del quartiere. Una festa, sai, tipo quella cosa dove si va, si beve qualcosa, si ride, ci si diverte, si ascolta musica, un concerto, cose così, va'. Magari c'è la presentazione di un libro anche. Ma alle SEI, non alle VENTIDUE, quando dovrebbe suonare qualcuno che tipo noidellasinistrasichesappiamodimusica!



La foto del Dux Sciupafeminae in apertura è figa però, eh? Ma a pensarci bene, appunto, anche questa è in linea con l'epoca. Poi c'è l'e-flyer qui sopra (speriamo che cellulosa non sia stata sacrificata invano): ma dico, manco l'orchestra di liscio più alcolizzata della Romagna faceva dei poster così, e che cazzo! Visto che al PD gli piace tanto Mussolini, perché non imparano almeno qualcosa dai meravigliosi artisti e litografi della sua epoca? 


Calma, Barcellonando, non ti agitare...

Però, aspetta, e il sito? Andiamo a vedere il sito della festa dell'unità. Avrete capito che siamo attratti dal tema grafico: ebbene, navigateci, navigate pure in questa gazzetta ufficiale piena di <br> e tristezze varie. Divertitevi col menu flashy flashy e...volete partecipare al concorso per il poster o browsare i partecipanti? Adelante!





E che dire del diario, (oggi si dice BLOG), questo arricchente strumento 2.0? Qui siamo in zona James Joyce a manetta, stream of consciousness allo stato puro, Beckett meets D'Alema... Il post è datato 3.53, cioè l'autore/autrice è tornato/a a casa e si è messo al combiuter. Niente da obbiettare, eh, anch'io scrivo ubriaco. Ma, stampata a chiare lettere nel cervelletto mio luce la massima di Papa Hemingway: Write drunk, edit sober. Ecco un  estratto

Ore 03.53 appena salutato salvatore on line.
Grazie davvero ped quello che fai…a volte qualcuno ha provato ad ironizzare, la verita’ e’ che fai le tre di notte e la mattina ti alzi per lavorare e sei la memoria, la capacita’ di rendere immagini il nostro lavoro e io ti ringrazio davvero.
Giornata piena, ma anche piena di soddisfazioni…sentirsi ringraziare per il lavoro che fai e’ sempre per me una grande carica, quando servitori dello stato e ministri soono esaltati dal clima dellla festa, allora la stanchezza per un po passa.
Gianfranco io ringrazio te per il libro che hai deciso di presentare alla festa.
Penso che non solo e’ scritto bene ma affronta tra il serio e il faceto il tema dei social network bravo e incisivo e iniziativa ben organizzata…proprio COSE DELL’ ALTRO MONDO.


Anche la parte Twitter lascia parecchio a desiderare.  C'è praticamente solo @pdbersani che dice cazzate e nessuno che dice cose divertenti. Sembra il Twitter di@barcellonando, con la differenza che io c'ho 20 followers e il PD 14.000.



Poi vedi l'ipocrisia? NO AD UN PROGRAMMA CHE SIA UN LIBRONE.
Ma ti sei visto?




E poi "ad un programma" non si dice. E poi due: è un po' che non vivo in Italia ma... per questioni controverse la decisione ai gruppi parlamentari congiunti... che cazzo vuol dire?

E poi tre, sempre da Twitter: Serve un accesso al lavoro garantito per i giovani #festaunitaroma (lo staff) @pbersani

Bravo. 'O salario garantito già lo diceva Zulù dei 99 Posse vent'anni fa. Ci voleva un politico a fare politica? Bastava una rockstar.

Continuiamo. Altro indizio che al PD ci piace il fascismo? Nell'era dei Social Network, e nell'era in cui il mio vicino di nove anni dice che iMovie è una minchiata e preferisce di gran lunga Final Cut Pro per editare i suoi clip, sul sito è disponibile solo un fantastico spot radiofonico.

Programmazione? Non mi azzardo che non conosco della scena romana ma vedo un numero più che striminzito di gruppi e di digeis. Sui film proiettati si può dir niente, visto che il cinema all'aperto d'estate è un po' un porto franco e la gente pur di pigliare fresco guarderebbe pure il Grande Fratello 1 su schermo gigante... E con Walter dietro (o sopra, sotto, dietro, in mezzo) sulla parte cinema è come sospettare che un eschimese non sappia di neve o che il Duce non sappia di muzza.

E, ciliegèn sur la torte, volete sapere cosa c'è dietro il link la nostra festa è differente? Niente. Un cazzo di niente. Un'altra gazzetta ufficiale in formato PDeffe che ci racconta che la festa usa i bicchieri di mais, la raccolta differenziata, che c'è il parcheggio bici e il baby parking per le mammette progress dei quartieri chic (dovunque siano nella città di Roma, che adoro).
Almeno abbi la grazia di far confezionare questo bel messaggio ecosostenibile a un designer, che ti fa delle illustrazioni carine, delle infografie accattivanti e delle storie simpatiche che la gente può condividere su Facebook, Twitter, Tumblr e, ti svelo un segreto, staff, ma non dirlo a nessuno...Pinterest! The cariatides age italianstaila in tutto il suo splendore. E sai cosa? Fanculo pure Hemingway, stanotte posto senza editare in omaggio al diario della notte della festa del pd e dei suoi stagisti e del suo webmaster e grafici (se vi hanno pagato, speriamo che vi scippino il compenso intero a Termini), perché la porchetta, le salsicce, le birrette e i gruppi rock are on my side.



Amanda Jayne e Paolo Angeli in concerto!

mercoledì 1 febbraio 2012




Oh, finalmente ti sei decisa a rientrare in scena, Amanda!
Dopo un paio d'anni di silenzio e qualcuno di più dal piccolo capolavoro "Swoon" (Whatabout Music, 2007) Amanda Jayne torna sul palco. Questo sabato alla Virgen, per presentare un pugno di canzoni nuove di pacca, ma invece che in duo, trio o con l'intera band di sette elementi, questo giro sarà accompagnata nientedimeno che da Paolo Angeli, che ha deciso di lasciare a casa la sua chitarra sarda preparata per imbracciare una vecchia flamenca! Composizioni post-Waits della cantante e fisarmonicista americana, canzoni dolci, crude, canzoni vere, sporche di vita, suonate da due amici marinai per la prima volta insieme.
Che altro aggiungere? 
Non perdetevi per nessun motivo al mondo questa gemma!


Sabato 4 febbraio 20h alla Virgen-Despacho Cultural, c/de la Verge, 10 (Raval)


Happy Monday, due bar, due concerti.

lunedì 12 dicembre 2011

Oggi Barcellonando gradisce proporvi due appuntamenti musicali incrociati tra il centro e Gràcia, con due rispettivi bar da abbinare alla pre-serata. Dal basso verso l'alto e viceversa. Prendete carta e pennello. All'Almeria Teatre suonano, o meglio, si esibiscono Las Maris, ossia Javier Alvarez e Nieves Arilla. Javier ha suonato anche a casa Barcellonando un pugno di greatest hits della sua lunga carriera di popstar nazionale, e Nieves è un piccolo gioiello underground tutto da scoprire. Insieme formano questo power-duo chiamato Las Maris, che,  invece di usare i distorsori, schiaccia a fondo il pedale dell'ironia, del cabaret e del travestitismo, in bilico tra rumba-pop, electro trash e Susan Quatronella.



Per entrare nel mood Maris l'ideale è andare a farsi una cupcake da Lolita Bakery, con le amiche. Visto che le cupcakes passeranno di moda e il prossimo new black sarà la churreria de diseño, è meglio approfittarne adesso e cavalcare la panna finché è fresca. Di passo date un'occhiata ai panettoni, che hanno un aspetto davvero pro, e vi faranno fare un figurone alla cena prenatalizia. Dopo il concerto, avrete forse più voglia di spararvi shots di tequila nel foyer.



Las Maris, Almeria Teatre - C/Sant Lluis, 64 - Metro Joanic - Ingresso 12
Lolita Bakery - C/ Portal Nou, 20  - Metro Arc de Triomf

Al Robadors 23 (eh? Non conosci il Robadors 23?!), come annunciato nelle puntate precedenti, c'è la trombettista portoghese Susana Santos in quintetto. Jazz con pericolosi splash di crossover per la gioia di tutti i non puristi. Impérdibol. Guarda il suo video di Devil's dress o scarica la traccia gratuita.




Da Gracia, consigliamo di annaffiare il pre-serata di vino rosso al rossoPorpora, un simpatico e rossoreggiante bar a gestione italiana dove siamo finiti con la cricca che ha partecipato alla presentazione di Vivo Altrove, il libro di Claudia Cucchiarato sugli italiani nel mondo.


Vintitres Robadors, C/Robadors, 23 - Metro Liceu - 21:30h - Ingresso 5
rossoPorpora, C/Ros de Olano, 4  - Metro Fontana

Robadors 23, la gioia di mammà.

lunedì 5 dicembre 2011

Jacob Sacks Trio
Il bar Robadors 23, o 23 Robadors, è la gioia di mammà del barrio Chino, un antro sano e vivo in una strada, la calle Robadors,  dove regnano il peccato, la lussuria, il vizio e le più tristi imitazioni di Kentucky Fried Chicken. Anni fa, quando le camere compatte non arrivavano a 1.5 megapixels, la calle Robadors era stretta, nera e acciottolata, lunga e ammuragliata a un fianco, dove le puttane si appoggiavano e i papponi dinoccolavano, i marocchini spacciavano e topi sfirlinfilavano tra le gambe dei perdigiorno. Oggi è assolutamente identica. Hanno cambiato la pavimentazione, sfondato il muro e appeso dei cartelli con su scritto VOLEM UN BARRI DIGNE, intorno ai quali ci hanno costruito delle case nuove e uno di questi kentuckyfriedchickens. Il Robadors c'è sempre, umile, nobile e sereno. Mai si rischierà una bottigliata in testa, uno sputo in un occhio o un insulto gratuito quando si è tra le calde braccia del bar Robadors. Quando si poteva fumare, poi, l'atmosfera era perfetta. Adesso è anche migliore. Quando si riempie di gente, e sempre di gente giusta, senza mai scavallare nel trendy o nel marcio, si elettrizza e si illumina, e l'endorfina si espande lentamente, come da un rubinetto del gas lasciato appena appena aperto. A volte c'è un Dj all'entrata, ma anziché un bella fighetta troppo magra coi RayBan senza lenti e la camicia a quadri suonando i Fleet Foxes, c'è un tipo che mette funk circondato dai suoi colegas che gli chiedono i pezzi all'orecchio, con la birra in mano. Il piatto forte è la musica dal vivo, per questo consigliamo di lasciarvi cadere al Robadors una serata qualunque della settimana. Il prezzo dei gigs è quasi simbolico, oscilla tra i due e i tre euro, e le consumazioni dai due agli otto euro, credo. Come fanno ad andare avanti, direte voi? Semplice, vendono boccate di elio nel privé (scherzo). Ma ecco qui una mappatura per orientarvi sulla settimana tipo dei concerti al Robadors. I lunedì sono dedicati al free jazz e alla musica sperimentale. Per scrollarsi di dosso il tedio da inizio settimana (o aumentarlo, a seconda). Questo mese cose tipo la raffinatissima Susana Santos dal Portogallo, e poi un trio di, attenzione, ghironda, voce e arpa. Il martedì concerti jazz del Collectiu 23, un gruppo aperto di secchioni del jazz. Entrada gratis/a cappello. Il mercoledì jam di jazz, quindi se suoni e sei appena arrivato/a Barcellona, ora sai dove sbarcare col tuo sax sotto braccio. Il giovedì alle 19.30 free jazz gratuito e alle 21.30 ancora jazz. Il venerdì notte eclettica mentre il sabato e la domenica sono santificati al flamenco, lontani dalle rute turistiche, con ballerine e tutto il carosello, ma senza fronzoli.





Bottarga, Batteria, Bellezza - Intervista a Oriol Roca

sabato 3 dicembre 2011

En castellano


Apriamo oggi la rubrica di Barcellonando "Gli italiani lo fanno", dedicata agli italiani che sono a Barcellona e che fanno cose (possibilmente interessanti). E apriamo con Oriol Roca, che non è italiano ma 1) Doverosamente questo è il nostro omaggio a Catalunya (Catalogna non mi piace, in questo blog sempre si scriverà Catalunya) 2) Oriol ha una bellissima relazione con l'Italia, specie con la Sardegna, che ci racconta in questa intervista. Prima pensavo che il batterista era quel tipo che sta dietro la batteria, e sin dall'inizio non ho mai creduto alla storia che Ringo riceveva più lettere d'amore di tutti  gli altri Beatles. Se pensate che il batterista solo serve a fare casino mentre gli altri suonano musica, e che alla fine si limita a lanciare le bacchette sul pubblico, dovete continuare a leggere. Ma direi che dovete farlo in ogni caso.

Oriol, tu sei uno dei miei musicisti preferiti e inoltre hai un rapporto speciale con l'Italia, in particolare con la Sardegna. Com'è nata questa relazione?

Nel 2011 sono andato a studiare in Olanda e le prime persone che ho conosciuto, e che furono miei compagni d'appartamento per tre anni,  sono stati Giovanni e Daniele, due musicisti di Roma che cominciavano anche loro l'avventura nei Paesi Bassi quello stesso anno. L'esperienza è stata determinante perché mi ha permesso di imparare la lingua e di scoprire molti gioielli della cultura italiana: i film di Nanni Moretti, il gusto per la cucina (che però già mi piaceva, io da piccolo volevo fare il cuoco), i gruppi di rock progressivo italiano, il Chianti e il Montepulciano d'Abruzzo (Daniele era anche sommelier), il senso dell'umorismo romano, Pino Daniele, l'arte di preparare un buon caffè, 90º minuto della RAI (che Giovanni seguiva religiosamente ogni domenica pomeriggio - e quell'anno la Roma aveva vinto lo Scudetto)! Insomma, grazie a loro due quell'anno scoprii le cose migliori dell'Italia.
Da lí poi cominciai a conoscere molti altri musicisti italiani con i quali continuo a suonare ancora oggi. La connessione con la Sardegna è nata grazie al contrabbassista sardo Manolo Cabras, uno dei migliori contrabbassisti che conosco. Diventammo molto amici e credo che dal 2002 tutte le estati sono sempre andato in Sardegna, a parte l'estate scorsa. Ma rimedieró subito visto che a dicembre ho due concerti in un festival vicino a Olbia!
Grazie a Manolo ho potuto conoscere molte parti dell'isola. La zona che conosco di più è il sud, la zona di Cagliari, ma l'ho girata un po' tutta. Per il mare credo che la mia parte favorita è il Nord Est, vicino a Capo Comino; sembra una cartolina e non c'è molta gente.

Nel 2009 hai suonato al festival Isole Che Parlano di Palau, dove hai inciso un disco stupendo, La Tomba dei Giganti. Raccontaci di questa esperienza e parlaci della sensazione di suonare in un posto così speciale.

Nell'agosto del 2009 il musicista, amico e direttore del Festival Isole che Parlano Paolo Angeli mi ha chiamato per chiedermi se volevo fare un "solo" al festival, in settembre, spiegandomi che si sarebbe trattato di suonare in un luogo speciale, un monumento funerario del 1400 a.C., la Tomba dei Giganti! Gli dissi di sì. Mi ha mandato foto del posto e mi ha raccontato della componente mistica per la gente della zona e per molti pellegrini che vengono da tutta Italia per curarsi grazie alle "radiazioni" che emergono da quel punto.
Nei giorni prima del concerto mi feci un'idea di quello che doveva essere un posto così speciale e decisi di orientare l'improvvisazione verso gli elementi che suggeriva e che vi immaginavo incontrare: concetti come il silenzio, la natura, la pietra millenaria, gli antenati, lo scorrere del tempo...
Quel concerto in un posto sperduto, su una montagna sarda, con tutta quella gente venuta a radunarsi intorno alla Tomba per ascoltare un tipo suonare un assolo di batteria di 40 minuti, in un silenzio che poche volte ho potuto sentire nella vita, è stata una delle esperienze più intense que abbia mai avuto.

Che differenze trovi tra suonare in Sardegna e nella tua Catalunya, e poi tra le rive del Mediterraneo e l'Olanda o la Francia, dove suoni spesso?

Suono in Catalunya da quando avevo 14 anni e per me è la cosa piú abituale. Mentre la Sardegna la associo sempre e solo a cose buone: estate, caldo, divertimento, bottarga e vermentino... E ogni volta che ci vado mi capita di suonare con buoni amici e in situazioni molto rilassate. Adoro suonare lí.
Mi ha sempre impressionato la quantità di buoni musicisti che è uscita da quell'isola, gente come Paolo Fresu, Riccardo Pittau, quel matto di Antonello Salis e il mio amico pianista Augusto Pirodda (che qualche mese fa ha inciso un disco con Gary Peacock e Paul Motian - riposa in pace, maestro!), l'incredibile Paolo Angeli o Manolo Cabras. E molti altri. Ma soprattuto è impressionante pensare che per questa gente da giovanissima era praticamente impossibile comprare dischi di jazz in Sardegna, a parte di Louis Armstrong e Billy Holiday che si trovano dappertutto in tutto il mondo... Manolo mi raccontava che compravano i dischi attraverso il catalogo postale della ECM (la mitica casa discografica tedesca), senza conoscere in quel momento i musicisti... Conoscevano per esempio Jan Garbarek e poi vedevano che suonava con un tal Bobo Stenson in un altro disco. Gli piaceva Stenson e allora cercavano altri dischi suoi e cosí via. Poco a poco diventarono dei veri esperti di quella etichetta discografica. Tutto questo via posta e con i pacchetti che spesso si perdevano per strada. Voglio dire che per il fatto di vivere in un'isola tutto era più lento e complicato. Dovevano sbattersi parecchio per procurarsi materiale didattico, professori, partiture, dischi. Alcuni di loro, come Manolo, hanno fatto il conservatorio, l'unica via possibile. Ogni volta che potevano andavano ai seminari di Siena Jazz e imparavano a fianco di gente come Dave Holland, Pieranunzi o Enrico Rava. Poi c'erano un paio di buoni festival, tanto che gente come Lester Bowie visse lì molti anni perché si innamorò dell'isola un' estate che ci andò a suonare. La Sardegna è un posto molto speciale in tutti i sensi...

I musicisti di jazz italiano hanno il sangue caldo, sono molto intensi e con un background di musica popolare molto grande. Tutto questo li converte in molti casi in musicisti di temperamento e mi piace molto suonare con loro. Nel Nord Europa è diverso. Dal clima alla gastronomia, la gente del nord non si assomiglia molto a quella del sud. Quando si tratta di suonare questo non è né meglio né peggio. Cosí a grandi linee direi che i nordici sono più "contemplativi" e più rigorosi e impegnati rispetto ai quelli del sud, con eccezioni, chiaro. Molti hanno potuto studiare in condizioni molto buone sin da piccoli e normalmente sono molto preparati. Personalmente mi piace suonare sia con gli uni che con gli altri.

Nel Mediterraneo si suona meglio o è solo l'insostituibile estate mediterranea che fa effetto sul pubblico e sui musicisti?

Un giorno stavo parlando con un amico della Repubblica Ceca, un eccelente batterista, Marek Patrman, che vive a Bruxelles, e mi raccontava di quando venne a Barcellona per la prima volta negli anni '90. Passava le giornate seduto nelle terrazze dei bar, bevendo vino o sangria e mangiando tapas. Mi diceva: se fossi di Barcellona suonerei salsa. Però vive a Bruxelles e suona un freejazz oscuro e denso. Credo che ci influenza la grande quantità di sole a cui siamo esposti. Nei cinque anni che passai in Olanda mi sono abituato a vivere senza sole, ma sarebbe stata dura scegliere di vivere lì. Come dice Serrat... "Nací en el Mediterraneo...".

Il jazz e l'improvvisazione sono il tuo pane quotidiano, però sei noto anche per potenti incursioni  nel pop e nella fusione hip hop, penso ad Amanda Jayne e il progetto con la Mala Rodriguez, Refree e il Taller de Musics. Come ti trovi a suonare in 4/4?

Mi piace suonare qualunque tipo di musica che abbia senso per me. Mio padre è un grande fan dei Beatles (suona in un gruppo e va a provare religiosamente tutti i lunedì). Sono cresciuto ascoltando questa musica e nei miei primi gruppi facevamo cover dei Led Zeppelin o Jimi Hendrix. Continuo a suonare regolarmente con progetti che non hanno a che fare con il jazz però sempre perché mi sento ugualmente libero con le persone con cui suono, gente molto aperta a cui le etichette non importano un granché, come Refree per esempio. Credo che non bisogna chiudersi le porte solo perché a un certo punto uno ha scelto di essere musicista di jazz o pop, non ha senso. Io mi diverto facendo musica, qualunque sia l'aggettivo che la gente voglia aggiungerle.

Cosa ti piace di più della musica improvvisata? Parola vietata: libertà!


Ha ha! Un po' difficile allora se non posso usare questa parola! Per me suonare musica improvvisata è come tornare bambino. Da bambino tutto è possibile. Quando giochi con tuo fratello a scuola non esistono limiti, puoi immaginarti tutto quello che vuoi. La musica improvvisata, anche se contiene convenzioni non scritte, permette che succedano cose che in altri contesti non potrebbeero mai succedere. Molta gente ha l'impressione in genere che nell'improvvisazione tutto può succedere, ma non è proprio cosí. Per essere capace di suonare in un contesto dove di base non ci sono norme è necessario avere una certa conoscenza di questa musica: esistono codici ed elementi essenziali e necessari in qualunque stilo musicale. Per esempio è determinante saper ascoltare. Ascoltando, io stesso ho imparato di più. Ascoltando dischi, andando a concerti...Esporsi a musica sconosciuta può risultare difficile all'inizio, ma anche ascoltare mentre uno sta suonando. Solo così è possibile costruire un discorso collettivo che va da qualche parte. Certo è che l'improvvisazione può anche essere una rottura di palle se non ha una direzione chiara. Ma forma parte del rischio che uno deve prendere. Il rischio che non sempre può uscire qualcosa di incredibile e irripetibile.

Oltre alla musica in sé, ti intrecci anche con la danza contemporanea in lavori come CREA e Lanònima imperial. Chi "comanda" in un'improvvisazione di danza, il musicista o il ballerino? 

Io intendo l'improvvisazione danza/musica con un dialogo tra discipline artistiche o due forme di esprimersi in cui uno suggerisce e accoglie allo stesso tempo. Il dialogo esiste solo quando cada una delle parti esprime quello che pensa, ascoltando e reagendo a quello che l'altro suggerisce. Credo che nessuno debba comandare, il discorso è collettivo e va intessendosi mano a mano. Quanti più elementi partecipano, più complicato risulta fissare una direzione. E' facile perdere il Nord e il tutto può disperdersi. La mia esperienza mi insegna che è più gratificante farlo con pochi elementi in gioco (pochi musicisti e pochi ballerini). Da tempo lavoro con la ballerina catalana Ana Rubirola. Siamo amici da anni, certo, questo aiuta, però per il fatto che siamo solo due elementi rende più facile la comunicazione, è più facile capirsi e trasmetterlo piuttosto che con molta gente. In ogni caso sempre impari cose nuove, ma mi viene in mente l'aforisma dell'architetto Mies Van der Rohe, "less is more", ossia, fare di meno e lasciare più spazio.

Suoni con Paolo Angeli e poi con Paolo  ancora e Sasha Agranov nella Piccola Orchestra Gagarin. Che differenza c'è a suonare solo con Paolo e con il trio?

Le due formazioni mi piacciono moltissimo, sono simili ma diverse. In duo c'è piu spazio che nel trio, e forse implica anche una maggiore responsabilità. Forse in due più facile passare da un' idea all'altra che in tre, è più facile mettersi d'accordo su che direzione prendere. Pero la POG è un gruppo fantastico dove c'è un'intesa mutua naturale e comunicazione, come se avessimo suonato insieme da moltissimo mentre invece è proprio il contrario. La paletta di colori si moltiplica quando siamo in tre, soprattutto per la loro parte elettronica e perché sono essenzialmente due grandi musicisti. Ed è un piacere suonare con loro,  ci divertiamo molto e credo che abbiamo molta strada davanti.

Qual è il posto più strano dove hai mai suonato?

Forse i posti più strani risalgono al mio periodo in Olanda. Un paio di volte ho suonato alla festa annuale dell' accademia militare degli ufficiali dell'esercito olandese. Questi tipi mettevano su ogni volta una campo da beach volley dentro la base. Una volta chiesi a un ufficiale come facevano e mi rispose: "Noi siamo l'esercito. Andiamo coi camion alla spiaggia dell'Aia, li rimpiamo di sabbia e ce ne andiamo. Nessuno fa domande". Poi ho suonato in feste di milionari dove ti davano mance di 500 €, in ambasciate, nella sede della petrolifera Shell a Rotterdam con i tutti i pesci grossi della compagnia e in uno dei palazzi della regina Beatrice d'Olanda.

E quello dove vorresti suonare più di ogni altro al mondo?
 E con chi?

Con la Piccola Orchestra Gagarin al Cremlino.

Disegnami una dream band per te. Valgono anche musicisti del passato.

Sicuramente è il sogno di molti musicicsti, pero vorrei trasportarmi a metà degli anni '60 e aggiungermi al quintetto di Miles Davis con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter e Tomy Williams. E io, chiaro, due batterie. Come seconda opzione, suonare con Jaco Pastorious nei Weather Report.

A quali progetti stai lavorando ultimamente?
Ho varie cose per la mani e alcuni dischi che usciranno tra breve, come quello col Mutt Trio, un altro con il pianista Giovanni di Domenico, il nuovo disco di Davind Mengual....ma soprattuto continuare a suonare con la gente con cui suono da anni.

Grazie, Oriol.
Grazie a te!

En castellano

Oriol, tu eres uno de mis músicos favoritos y además tienes una relación especial con Italia, en particular con Cerdeña. ¿Como ha nacido esta relación?

En el año 2001 fui a vivir y estudiar en Holanda; allí, las primeras personas que conocí (que fueron mis compañeros de piso durante tres años) fueron Giovanni y Daniele, dos músicos de Roma que también empezaban su aventura en los países bajos aquel mismo año. Esto fue determinante porque me permitió aprender el idioma y descubrir muchas joyas de la cultura italiana: los films de Nanni Moretti, el gusto por la cocina (en realidad a mí ya me gustaba, de pequeño quería ser cocinero), los grupos de rock progresivos italianos, el Chianti y el Montepulciano d’Abruzzo (Daniele era también somelier), el humor romano, Pino Daniele, el arte de preparar un buen café, el 90º minuto de la RAI - popular emisión de futbol, NdB - (que Giovanni miraba religiosamente cada domingo por la tarde en la tele, aquél año la Roma había ganado lo Scudetto!). Vaya, que descubrí lo bueno y mejor de Italia gracias a ellos dos. 
A partir de vivir con ellos me junté con muchos otros músicos italianos, con los que sigo tocando actualmente. Pero quine me conectó con la Sardegna fue el contrabajista sardo Manolo Cabras, uno de los mejores contrabajistas que conozco. Nos hicimos muy amigos y creo que desde el año 2002 he ido cada verano a Sardegna excepto este verano pasado… pero lo solucionaré en breve, en diciembre tengo dos conciertos en un festival cerca de Olbia
Gracias a Manolo he podido conocer muchas partes de la isla. Lo que conozco más es el sur, la zona de Cagliari; pero he estado en muchos lugares de norte a sur. A nivel de mar creo que me quedaría con la zona del noreste cerca de Capo Comino; parece una postal y hay muy poco gente.

En el 2009 tocaste en el festival Isole Che Parlano en Palau y allí grabaste un disco estupendo, La Tomba dei Giganti. Cuentanos de esta experiencia y de la sensación de tocar en un sitio tan especial.

En Agosto del 2009 el músico, amigo y director del festival Isole che Parlano me llamó para preguntarme si me gustaría hacer un solo en el festival que tenía lugar en septiembre. Me explicó el lugar especial donde tendría lugar el concierto: delante de un monumento funerario del 1400 a.C., delante de la Tomba dei Giganti. Le dije que sí.
Me mandó fotos del lugar y me explicó todo el componente místico del lugar para la gente de la zona y para muchos peregrinos que vienen de todas partes de Italia para curarse de alguna enfermedad a través de las “radiaciones” que emergen de aquel punto. 
Los días previos al concierto pude hacerme una idea de lo que debía ser aquel sitio tan especial y decidí orientar la improvisación del solo hacia todos los elementos que me sugería el lugar e imaginaba encontraría allí: básicamente conceptos como el silencio, la naturaleza, la piedra milenaria, los antepasados, el paso del tiempo…
Aquel concierto en medio de la nada, en un monte sardo y con toda la gente que vino aquella tarde rodeando La Tomba, para escuchar un tío tocar un solo de 40 minutos de batería y en un silencio que pocas veces se ha vuelto a repetir, fue una de las experiencias más intensas que he tenido nunca a través de la música.

¿Qué diferencias encuentras entre tocar en Cerdeña y en tu Cataluña, y después entre las orillas del Mediterraneo y Holanda o Francia, donde tocas a menudo?

Tocar en Catalunya es algo que llevo haciendo desde que tenía 14 años, y para mí es lo más habitual; en cambio Sardegna es un sitio asociado sólo a cosas buenas, a verano, a calor, a diversión, a la bottarga y el vermentino… y cada vez que toco allí es con buenos amigos y en situaciones muy relajadas. Me encanta ir allí a tocar.
Siempre me ha impresionado la cantidad de buenos músicos que han salido de esta isla, gente como Paolo Fresu, Riccardo Pittau, el “loco” de Antonello Salis, y también mi amigo y pianista Augusto Pirodda (quien sacó hace unos meses un disco a trio con Gary Peacock y Paul Motian, en paz descanse el maestro…), el increíble Paolo Angeli o Manolo Cabras. Hay muchos más, y es aún más impresionante pensar que cuando esta gente eran jóvenes era prácticamente imposible comprar discos de jazz en Sardegna a parte de los de Louis Amstrong o Billie holiday, que están en cualquier rincón del mundo. Me contaba mi amigo Manolo que compraban a través de catálogos sus discos de ECM (la mítica discográfica alemana) sin conocer en aquel momento quien eran los músicos que tocaban en los discos. Conocían a uno, por ejemplo a Jan Garbarek, y después veían que éste –que les gustaba- tocaba en otro disco con un tal Bobo Stenson. Les gustaba Stenson y buscaban más discos de él y se los compraban, hasta que poco a poco se fueron convirtiendo en grandes conocedores de este sello, y de su música. Todo esto vía paquete postal que a menudo se perdía por el camino… Quiero decir que por el echo de vivir en una isla todo era mucho más complicado y lento. Se lo tenían que currar mucho para conseguir material didáctico, profesores, partituras, discos… Algunos de ellos (como Manolo) estudiaron toda la carrera de clásico; esto era lo único a lo que tenían acceso. Al mismo tiempo, muchos de estos músicos iban siempre que podían a los seminarios de Siena Jazz y aprendían al lado de gente como Dave Holland, Pieranunzi o Enrico Rava… también había un par de festivales de jazz muy buenos en la isla, hasta el punto que gente como Lester Bowie vivió allí muchos años porque se enamoró de la isla un verano que fue a tocar allí. La Sardegna es un sitio muy especial en todos los sentidos. Los músicos de jazz italianos son de sangre caliente, son muy intensos y con un background de música popular muy grande; todo esto los convierte en muchos casos en músicos temperamentales, y con los que disfruto mucho tocando.
En el norte de Europa la cosa es distinta. Empezando por el clima y terminando por sus gastronomía, la gente del norte no se parece mucho a la del sur. A la hora de tocar esto no es mejor ni peor; a grandes rasgos diría que los músicos nórdicos son más “contemplativos” y más comedidos respecto a los del sur, pero hay excepciones claro. También muchos han podido estudiar en unas condiciones muy buenas desde muy pequeños y están normalmente muy preparados. Personalmente disfruto de tocar con unos y con otros.

¿En el Mediterraneo se toca mejor o sólo es que no hay nada como el verano mediterraneo y la manera en que este influye sobre el público y los músicos?

Un día hablaba con un amigo de la República Checa, un excelente batería llamado Marek Patrman que vive en Bruselas, y me contaba la primera vez que vino a Barcelona en los años 90. Se pasó el día sentado en las terrazas bebiendo vino o sangría y comiendo tapas. Me dijo” si yo fuera de Barcelona tocaría salsa…”. La realidad es que vive en Bruselas y toca free jazz, del más oscuro y denso. 
Creo que afecta mucho la cantidad de sol a la que estamos expuestos. Los 5 años que viví en Holanda me acostumbré a vivir sin él, pero me hubiese costado mucho quedarme a vivir allí; como dice Serrat “Nací en el Mediterráneo…”.

El jazz y la improvisación son tu pan de cada día, pero eres conocido también para potentes incursiones en el pop y la fusion hip hop, pienso en Amanda Jayne o el proyecto con la Mala Rodriguez, Refree y Taller de Musics. ¿Come te sienta tocar en 4/4?

Disfruto mucho tocando cualquier música que tenga sentido para mí. Mi padre es un gran fan de The Beatles (de echo tiene un grupo de rock y ensaya cada lunes religiosamente). Yo crecí escuchando esta música y en mis primeros grupos hacíamos versiones de Led Zeppelin o Jimi Hendrix. Sigo tocando regularmente en proyectos que se escapan del jazz, pero siempre porque me siento igualmente libre con la gente con quien toco; es gente muy abierta y no prestan mucha atención a las etiquetas, como con Refree por ejemplo…  No creo que nadie se deba cerrar puertas porque en algún momento decidió ser un músico de jazz o un músico de pop. Para mí no tiene mucho sentido; me lo paso bien haciendo música sea cual sea el calificativo que la gente le quiera dar.
 

¿Qué es lo que te gusta más de la música improvisada? Prohibido decir: libertad!

Hombre! Me lo pones difícil si no puedo usar esta palabra!  Para mí la música improvisada es poder jugar a ser otra vez un niño. Cuando eres pequeño todo es posible, cuando juegas con tu hermano o en el colegio no existen los límites y puedes imaginarte lo que quieras. La música improvisada (a pesar de la existencia, también en esta música, de unas ciertas convenciones no escritas) permite que sucedan cosas que en otros contextos nunca podrían llegar a pasar.
Muchas veces la gente tiene la impresión de que en la improvisación todo vale, y no es del todo cierto. Para ser capaz de tocar libremente en un contexto dónde en principio no hay normas, es necesario un cierto conocimiento de esta música; existen códigos y elementos esenciales y necesarios en cualquier estilo musical, como por ejemplo el saber escuchar. A base de escuchar es como yo he aprendido más. Escuchar discos, ir a conciertos, enfrentarse a música desconocida y que puede resultar difícil en un principio; pero también escuchar mientras uno está tocando. Sólo así es posible construir un discurso colectivo que vaya a alguna parte; y es que la improvisación puede ser también un coñazo cuando no tiene una dirección clara. Pero forma parte del riesgo que uno debe asumir cuando se enfrenta a ello, no siempre saldrá algo increíble e irrepetible.

Además de la música en sí, tu experiencia se entrelaza con la danza contemporánea, en trabajos como CREA o Lanònima Imperial. ¿Quién "manda" en una improvisación de danza, el músico o el bailarín?

Yo entiendo la improvisación danza/música como un diálogo entre dos disciplinas artísticas o dos formas de expresarse en el que uno sugiere y recoge al mismo tiempo. El diálogo existe sólo cuando cada parte dice y expresa lo que piensa, escuchando y reaccionando a lo que el otro sugiere.
Creo que no debe comandar nadie, el discurso es colectivo y se va tejiendo a la vez. Cuantos más elementos participan de una improvisación, más complicado resulta fijar un rumbo, es fácil perder el foco de atención y que se convierta en algo disperso. Por mi experiencia de haber trabajado con bailarines, me resulta más gratificante hacerlo con pocos elementos en juego (pocos músicos y pocos bailarines).
Hace un tiempo que estamos trabajando en dúo con la bailarina catalana Anna Rubirola; si bien es cierto que somos amigos desde hace muchos años y esto ayuda mucho, el hecho de ser tan sólo dos elementos facilita la comunicación, es mucho más claro entenderse y transmitirlo que cuando he hecho cosas con mucha gente a la vez. En cualquier caso siempre aprendes cosas, pero siempre me viene en mente el aforismo de el arquitecto Mies van der Rohe, el famoso “less is more”, o sea, hacer menos y dejar más espacio.

Tocas con Paolo Angeli y luego junto con él y Sasha Agranov formais la Piccola Orchestra Gagarin. ¿Qué diferencia hay entre tocar con Paolo solo y con el trio?

Las dos formaciones me encantan, se parecen entre sí, pero son distintas. En dúo hay más espacio que en trio, y quizás implica una mayor responsabilidad. Quizás es más ágil pasar de una idea a la otra siendo dos que tres, ya que es más sencillo ponerse de acuerdo hacia dónde tirar.
Al mismo tiempo, el trio Piccola Orchestra Gagarin es un grupo fantástico donde hay una comunicación y un entendimiento mutuo natural, es como si ya hubiéramos tocado mucho juntos anteriormente, sin ser eso verdad. La paleta de colores se multiplica cuando somos los tres, sobretodo por todo lo que llevan ellos dos de electrónica, y gracias también a que son esencialmente dos grandes músicos.
Es un placer muy grande tocar con ellos, nos lo pasamos muy bien, y creo que tenemos mucho camino por andar.

¿Cual es el sitio más raro donde has tocado?

Quizás los conciertos más extraños fueron durante los años que vivía en Holanda. Toqué por ejemplo un par de veces en la fiesta anual de la academia militar de oficiales del ejército holandés. Estos tíos montaban cada año un campo de beach-volley en su fiesta dentro del recinto militar. Una vez pregunté a un oficial cómo lo hacían; me dijo: “nosotros somos el ejército, vamos con camiones a la playa de La Haya, los cargamos de arena y nos vamos; nadie pregunta nada”. También toqué en fiestas de millonarios que daban propinas de 500 €, en embajadas, en la sede de la petrolera Shell en Rotterdam con todos los peces gordos de la compañía; y también en uno de los palacios de la reina Beatrix de Holanda.

¿Y el sitio donde te gustaría más tocar en el mundo y con quién?

Con la Piccola Orchestra Gagarin en el Kremlin.

Diseñame una "dream band" para tí. Puedes incluir también músicos del pasado.

Seguramente es el sueño de muchos músicos, pero me gustaría transportarme a mediados de los años 60 y sumarme al quinteto de Miles Davis, con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter y Tony Williams (yo yo claro, dos baterías). Y como segunda opción tocar con Jaco Pastorious en Weather Report.

¿En que estás trabajando ultimamente? 



Pues hay muchas cosas en marcha y que me hacen mucha ilusión, discos que tienen que salir como el nuevo disco de MUT TRIO, otro con el pianista Giovanni di Domenico, el nuevo disco de David Mengual… pero sobretodo poder seguir tocando con toda la gente con quien llevo años haciéndolo.

Fotos:
All about Jazz
Nanni Angeli



La gente sta male.

martedì 29 novembre 2011

Mentre per blogs come Barcellonando c'è spazio per sciocchezze e per informazioni di estrema utilità sia per il viandante che per il residente di madrelingua italiana a Barcellona, nei giornali importanti come La Vanguardia c'è spazio per le notizie importanti del globo e per le piccole e grandi stronzate della vita. Come questa, di 'sto cornuto che ha tatuato un escremento gigante sulla schiena dell'ex fidanzata infedele (clicca sulla foto per vedere bene).



Ora, come abbiamo avuto già modo di dichiarare, in questa sede non ci occupiamo di politica né tantomeno di morale. Forse ci picchiamo, (non nel senso di menarsi, ignorante!) di buon gusto, come dimostra ampiamente l'annuncio pubblicitario qui sopra che ha elaborato il nostro copywriter professionale. Quindi non vogliamo avanzare nessun giudizio su questo "genio" che ha freddamente pianificato il tatuaggio, né sulla cretina che nonostante gli avesse messo le corna ha avuto l'incoscienza di affidarsi a lui ugualmente, magari con una prospettiva di sconto, ché si sa che tatuarsi costa caro. Vogliamo solo dedicare (non a questi due tapini ma a questo triste mondo malato) una bellissima canzone in tema dei nostrani Afterhours.






Battesimo

lunedì 31 ottobre 2011

"Buttarci a piedi pari nella vasca del Campari"

Ti pare poco? Sono sicuro che questo verso è costato ore di lima, al maestro Vinicio.
E' semplicemente perfetto, crudele e gioioso. Orbene, in una notte di tempesta come questa, dove la pioggia cade cade e cade senza tregua, e pure si aggiungono tuoni, fulmini, saette e cristimadonna (lanciati da quelli di turno dei vigili del fuoco, guardia urbana, croce rossa e polizia), m'accingo a inaugurare il blog Barcellonando, che significa piú o meno andar per Barcellona, facendo il flaneur. Un po' per scelta, un po' per necessità, un po' per vocazione, e un po' perché siamo tutti flaneurs e flaneuses anche quando andiamo dal verduriere. Mi scuserete in anticipo ortografia, grammatica, sintassi e accentazione (no, davvero, questo è un disclaimer):  è  da un po' che vivo qui, e si sa, la lingua è una cosa elastica.  Ho in piú la consuetudine di utilizzare un vecchio Powerbook G4 americano (quindi con una tastiera americana), una macchina eccellente che è un po' come la Vespa. Tosta e cazzuta, ma non puó competere con i motori nuovi. Una macchina del Karma, anche, sensibile e affezionata. Ogni volta per esempio che cerco di cambiarla, fare un passo avanti e comprarmi un nuovo Mac (che sapete che quelli del Mac sono basicamente degli eroinomani, cioè non tornano piú indietro), lui (anzi, lei, perché si chiama Judie) cospira per farmi licenziare. Infatti, appunto, quando ho due soldi da parte e uno stipendio, lei mi fa fare qualche cazzata e mi sbattono via adducendo una excuse qualunque. Che ci volete fare? Anche questo è amore. E quindi anche Barcellonando è amore. E per quanto riguarda l'italiano...sareste sorpresi dalle dinamiche che si possono innescare mischiando le lingue alla ricerca del senso perfetto. E' come prende l'acido negli anni' 60, si aprono le porte della percezione. E tutto, improvvisamente, risulta chiaro, unico, immenso e incasinato.

Benvenuti al blog Barcellonando e speriamo che disfrutiate delle informazioni e commenti che quivi si conterranno.