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La patata d'inverno

sabato 23 novembre 2013

Gli spiaggiaroli e i surfisti dell'ultima ora si lamentano. "Fanculo l'inverno!". E' certo che l'inverno a Barcellona non è, come si dice qui, una figata. Ci sono una dozzina di gradi che però, per qualche fisica ragione, si percepiscono come 3. Le case NON sono riscaldate (come si dice in Italia, LA COLPA E' DELL'EUROPA) e nemmeno i bar né i luoghi di ritrovo ciusti ce l'hanno il termosifone. Starbucks ce l'ha, ma tu sei italiano, mica un hipster della terza fila, eh? Non ci vai da Starbucks a far vergognare a papà, eh? Eh? EH?
Quindi, cari cervelli in fuga, ponderate prima di comprare il biglietto se siete freddolosi.
E comunque a me l'inverno piace una cifra. I colori sono più giusti, la caldazza non ti schiaccia al suolo come un verme, puoi guardare una ragazza e innamorarti del suo viso anziché sbrodolare dentro la sua scollatura, la campana del vespro ti ricorda che non sei fatto per ciucciare mojitos sulla spiaggia come un ritardato ma per incontrarti nei bar come le persone serie, e  i vari milioni di turisti rompimichia se ne stanno a casaccia loro anziché venire a intasare il mio punto A punto B quotidiano looking for the motherfucking museu picasso.
E comunque, se vivi in centro, la Rambla è purtroppo, sempre, benché, anzichenó, seppur e tuttavia, un crossing obbligato, come il metadone per il tossico,  il caffé della macchinetta per l'impiegato,  il casello per colui che vive in  qualunque posto del Nord Italia che finisce con -ATE.

Oggi in bici sono passato attraverso (la Rambla) e ho colto 'sta scenetta di due amiche in prossimità della bancarella invernale che vende castagne arrosto E patate dolci (boniatos).

Turista italiana 1 guardando la bancarella: Sara, la vuoi una patata?
Turista italiana 2 distratta guardando da un'altra parte: Ce l'ho già, grazie.

Tutto questo, a ritmo di bicicletta. Fantastico no?

Vabbé.

Io l'ho trovata carina.



Musica:

Take a walk on the dub side

giovedì 7 novembre 2013

Perché questo titolo? Boh, perché no? Ti immagini un album di cover di Lou Reed innarubbadubstaila? Io sì. Venus in Furs in rocksteady, cantata magari da Lee Scratch Perry? Full horns in ciuciuruciu talkawalk? Super reggae good vibe in Sunday Morning, bella per il caffè, cannetta, e sorrido-alla-vita? Totale. Wagon Wheel? Vicious? Vamos, che tutto Transformer si potrebbe reggaetizzare. Mollami, e passami subito il numero del produttore di Easy Star All Stars, che sono pure di Nuova York, e facciamo il botto.


E' questo che ho pensato, ancora prima di assistere alla serata.
Ok, Lou Reed è morto etc. E due settimane dopo eccola ancora lì la festa. Potremmo farla sempre, nei secoli dei secoli, proprio come il Rocky Horror. Vai lì e sai che tutti i mercoledì sera c'è una specie di open mike dedicato a Lou Reed e, come si dice qui in Spagna, a LA Velvet Underground - ho chiesto in giro ma non mi sanno spiegare perché, sarà tipo un'eccezione.
Evualà, ecco la mia seconda idea della madonna. Que conste.
Ecco qui lo Steven anfitrione della serata, minchia di profilo sembra troppo Bob Dylan che si trasforma in John Lennon.
Qui l'unico che pronunciava bene in inglese con la flautista che faceva pipipisatelliteoflove.










C'è spazio per i reading, tra una canzone e l'altra.











Ti piacerebbe sapere chi è, eh?











Clap your hands say shes (pr. scies). Duo argentino con nome che ho dimenticato. Diciamo Los It's So Cold In Alaska.










Un vecchio rocker catalano con un take interessante su ciuciuruciú.
Nena, passeja't al costat selvatje de la vida, va.











Un rapido Photoshop per dimostrare che Lou Reed ci sarebbe stato da dio, ieri sera, al bar Pastis.










Les Femmes Fatales. C'è altro da aggiungere?













E infine Jimmy Jeans, un tipo pericoloso. Per sé stesso, soprattutto.




Grazie per la serata, Steven, grazie a tutti quelli che avete suonato, e grazie al bar Pastis per essere ancora così strafottutamente unico.











Candlelight and Dubonnay on ice al Bar Pastis.

mercoledì 6 novembre 2013

No, non l'ho scritto sbagliato, mi divertivo solo sulla pronuncia americana. Vi piace il Dubonnet?
Stasera il mitico Steven Forti (parleremo di lui más adelante) organizza una seratina di cover di Lou Reed al bar Pastis, che non è come organizzarla in un bar qualsiasi. Il bar Pastis è roba forte, è una delle poche vere cose che sopravvivono alla fine della Rambla che ti fanno dire: ...minchia...
Per me il bar Pastis è un po' quello che era Moscatelli a Milano, l'antro perfetto in cui riuscivi a cuccare anche con le luci al neon sparate, sotto lo sguardo professionalmente assente del signor Moscatelli e del suo vecchio e sordo papà, che però a stappare bottiglie era più veloce del Bueno De Cuttlas. (Clicca, che parla giusto di morti). Però al Pastis le luci al neon non ci sono. E quindi tra Spagna, Francia e Germania, si apre un'intercapedine di svitati (già so che ci saranno) per dare omaggio al vecchio Lou che ci ha lasciati, con canzoni di tre accordi barra quattro.
Detto questo, l'alcool e il fumo matan, e se volete venire sono affaracci vostri.

Giulia se ne va.

venerdì 1 novembre 2013

Giulia, 24 anni e dopo tre a Barcellona se ne va. E' giovane abbastanza, intelligente abbastanza per capire che chi cerca un lavoro serio qui a Barcellona be', fa meglio a cercarlo altrove.
E la Francia l'aspetta con una nuova esperienza. Anche lei come tanti, è rimasta affascinata dalla cosmopolis catalana, pur ammettendo che la cultura spagnola, e men che meno quella catalana, non l'avevano mai interessata.
E' rimasta affascinata dal fatto che qui tutti quelli che conosce hanno due o tre lavori, e di solito il secondo e il terzo non sono quelli che pagano l'affitto.
E' rimasta scioccata dalla quantità di polizia e di turisti che gonfiano il centro, e sicuramente anche lei sa che quanto più il potere è insicuro più si fa vedere da tutte le parti. In quanto ai turisti, be', ognuno ha il diritto di passare per fesso almeno una volta l'anno.
E' rimasta stupita dai suoi primi mille euro al mese, che solo all'inizio sembrano tanti, ma ha l'età giusta per non credere già di doverci fare l'abitudine.
E' rimasta basita dalla farsa degli istitutiitalianidicultura, questi posti che dovrebbero essere la nostra casa all'estero ma che non ci offrono proprio un granché, posti in cui Giulia sarebbe anche preparata per lavorare, ma ci racconta che i bandi che sono obbligati a emettere si pubblicano su annunci microscopici a fondo pagina di qualche giornaletto locale, così entra sempre l'amico dell'amico avvisato a tempo.
E' rimasta affascinata dal respiro internazionale, dalla fiesta e dal cazzeggio perenne, e i suoi amici che la prendevano in giro dicendole sí, certo, tu vai a Barcellona a studiare...
Ed è rimasta affascinata dagli ambienti underground, che sono forse il miele più appiccicoso per un giovane che sbarca a Barcellona.
Ma il fascino di Barcellona non ha vinto contro i suoi stupendi, enormi e freddi occhi verdi, che come quelli di una medusa hanno spaventato il fantasma delle tentazioni.
Vai Giulia, inizia un'altra avventura e non fermarti qui!
Ti aspetto per un drink, e un po' per nostalgia e un po' per insonnia ti dedico questa canzone fuori moda, di quando eri ancora bambina :-)

Tre Allegri Ragazzi Morti a Barcellona

domenica 27 ottobre 2013



I Tre Allegri Ragazzi Morti sono venuti a suonare a Barcellona e ho pensato che vi avrebbe fatto piacere vedere due o tre foto del concerto. Sono venuti a fare l'ultima tappa della loro guerra lampo europea, dopo Londra, Parigi e Bruxelles.
Mi piace questa storia che i gruppi fighi italiani si fanno un giro per il vecchio continente andando a beccare i loro connazionali in fuga.
Poi ho sempre la fortuna di entrare gratis grazie a questo blog della madonna.
Scherzo, ho gli amici nel giro.
E' bello essere stupidi, così ogni tanto quando esci di casa conosci delle cose. Tipo loro. Sapevo che esistevano, dov'erano e cosa facevano, ma non li avevo mai ascoltati. E siccome il punk mi dà la tachicardia, questo salto al reggae - cambio di lingua, come lo definisce il leader Davide Toffolo-, l'ho apprezzato molto, insieme alle stupende canzoncine-chiodo come La mia vita senza te, capaci di rimanerti in loop nella testa per intere settimane. E poi ho scoperto che El Tofo è un fumettista eccezionale, e io ho molto rispetto per i comic artists, perché sono quelli che vanno avanti dritto, disegnano, non fanno casino e ci regalano delle storie stupende, come il Re Bianco, dedicata al gorilla albino che viveva prigioniero dello zoo di Barcellona, e che al Tofo ci assomiglia una cifra.
Bona, quindi sapete già cosa regalarmi per Natale.

La mia vita senza te

Un raro esempio di "reverse stage-diving"

Amleto al concerto



E qui il video del singolo. Sono abbastanza fuori, i ragazzi.


 


Chaos BCN

giovedì 24 ottobre 2013

Buonasera. Oggi è uno di quei giorni così. Ti svegli con il mal di testa e a ricordatelo non è il portafoglio svuotato al bar la sera prima, ma Chaos BCN, la versione in assoluto più disfattista e crudele di questa simpatica città.
In centro c'è una manifestazione, 170.000 persone, in gran parte di studenti, a protestare contro la legge di uno dei ministri più odiati di Spagna, tal Giuseppignazio Wert ministro della Salaminchia Educativa, il quale, tra altre scemenze, obbliga a reintrodurre l'ora di religione altrimenti sei un ladro o una spia (e se vuoi ricevere una borsa di studio per levarti da 'sto Paese della cuccagna e andare a lavorare seriamente, tipo, non puoi).
Poi c'è l'elicottero, che si pianta nel cielo come una puntina (nel tuo cervello) e vorresti essere un indigeno dell'Amazzonia per avere almeno il gusto di prenderlo a fiondate (l'elicottero, ma anche il cervello, così torni a dormire).
Poi esci in strada, inforchi la bici e attraversi il delirio. Grazie al cambio climatico, i tourists attraversano Barna sciabattanti e felici, fotografando i graffiti delle serrande abbassate e mangiando gelati, ingolfando gli attraversamenti pedonali e ascoltando come se fosse la prima volta che ascoltano musica dal vivo i musicisti di strada. Funky, jazz, Chavela Vargas, salsa, rumba, bongo, hang, violino, fisa, arpa celtica, djembé, scacciapensieri, corno tibetano.
Le sirene della sbirraglia urlano, le camionette si muovono arroganti senza che succeda una beata minchia dovunque li stiano chiamando, ma, da bravi iberici, sono troppo stupidi per pensare prima di agire. Ed eccoli lì i robocop amb barretinaarmati di tutto punto, passamontagnati e megacorazzati, nutriti con la bamba peggio tagliata che c'è in giro e pronti a combattere la loro personale 3ª guerra mondiale legittimati dai gintonics della classe dirigente catalana.
Nel frattempo i camion scaricano e caricano, gli autisti si incazzano, gli urbani ti multano, i mori ti rubano, i paki ti ubriacano, il sole s'inarca sulla città e picchia come Tyson, la spiaggia di Facebook si riempie di foto di piedi sulla sabbia, Venezia muore e neanch'io mi sento tanto bene.
Insomma ci sono giorni così, poche parole contro il fiume che si potrebbero dire su questa piccola Shanghai d'Europa, dove viviamo schiacciati in parecchi e condividiamo il pane con orde di turisti inferociti, prigionieri anche loro dei PR dell'ufficio del turismo sguinzagliati per il mondo.
Un giorno così. Un giorno in cui vorresti risvegliarti in campagna, in cui l'unico stronzo è il gallo del pollaio vicino, un giorno in cui l'unica sirena che vorresti sentire è quella dei vigili del fuoco che vanno a salvare un gattino,  un giorno in cui puoi sorridere alla giornata e non andarci a sbattere dentro a muso duro.
Ci sono di questi giorni anche a Barcellona, eh, ma questo non è uno di quelli, così come non credo le manifestazioni siano la soluzione ai problemi.

Musica: Eminem, Lose Yourself; P. Conte, Un Gelato al Limon.






I Miei.

mercoledì 5 settembre 2012

No. La muchacha qui a sinistra non è, ahimè, mia mamma, bensì la colossale Elena Maureen Bertolini, a.k.a Marina Berti (Cleopatra, Quo Vadis, Ben Hur, per intenderci). Cosa ci fa a Barcellona? Niente, ovviamente, ma sua figlia, (e di un altro pezzo grosso, Claudio Gora), Cristina Giordana, ci sarà per presentare I Miei (Edizioni Associazione Claudio Gora 2007). Un'emozione avere sotto casa mia, nella maleodorante, pittoresca, bohemia e bianconereggiante (NON in senso juventino) calle Monec, tal progenie. Non le parlerò. Starò in un angolo a succhiare champagne e a guardare gli altri italiani italianeggiarsi fra di loro e poi mi siederò al buio a godermi Un maledetto Imbroglio, il primo poliziesco alla carbonara, sognando di essere Pietro Germi.
Venerdì 7 inaugura anche una mostra fotografica che esibirà materiali dell'archivio del Laboratorium Teatro, a cui fa capo l'Associazione Claudio Gora fondata appunto dalla figlia Cristina). E sabato 22 settembre, sempre nell'accogliente sala Anaglifos, si proietterà Febbre di Vivere. Insomma, un bel tuffo negli anni '50, senza rock'n'roll né cupcakes, per entrare piano piano nell'autunno barcellonese.

Programma:

Venerdì 7 settembre ore 20:15 
Inaugurazione della mostra fotografica (visibile fino al 27 settembre).
Sabato 15 settembre ore 20:00
Proiezione di Un maledetto imbroglio (Italia, 1959)
Sabato 22 settembre ore 20:00
Proiezione di Febbre di Vivere (Italia, 1953)

Anaglifos Art Factory, C/Monec 17
Entrata gratuita, posti limitati, info e prenotazioni via email a info@anaglifos.es    


 







Come nasce una piazza.

venerdì 27 luglio 2012


Questa sera ancora cinema al freschetto, ché la caldazza non molla e la sera in giro si sta in gloria. Oggi alle 21:30 si proietta El Forat, di Falconetti Peña, al Forat de la Vergonya. Il "buco della vergogna" è una piazza del quartiere della Ribera, nata dallo sventramento di edifici decaduti, che i pianificatori, gli speculatori e i pistoleri dell'epoca avevano deciso di trasformare in parcheggio. Ma i vicini si sono stretti a maglia, hanno piantato un albero (anni dopo un bellissimo orto comunitario) e hanno combattuto contro l'Ayuntamiento fino ad ottenere che il buco venisse invece trasformato in una piazza per sedersi, organizzare cose e far giocare i bambini, rivendicando lo spazio ad uso e consumo del quartiere e dei suoi abitanti. Recentemente l'Ayutamiento, zitto zitto, ha concesso a un bar l'uso di suolo pubblico per la sua terrazza, scatenando la gelosia di quell'altro bar più in basso che anche lui vuole i suoi tavolini etc. e si stanno quindi rimettendo in moto le rotelle dello scontro sociale. Intanto le cose scorrono tranquille. La piazza è sempre piena di ragazzini, bimbi e anziani che pacificamente si ritrovano a giocare e cazzeggiare al fresco, i vecchi immigrati andalusi portano fuori le gabbiette con i canarini, i maghrebini improvvisano i loro cinema all'aperto e i domenicani per fortuna non reggaetoneggiano ma giocano a calcio. Una buona occasione per farsi raccontare la storia di questa piazza e conoscere i volti di chi dobbiamo ringraziare se adesso possiamo andare a fare due tiri al ping pong o leggere su una panchina da tranquilli. Del sangue è stato anche versato, quindi, da vicini del quartiere, li dobbiamo ringraziare davvero.
Per chi questa sera avesse invece cose più sexy da fare, il documentario in questione è comunque disponibile su YouTube.



Vino Vinicio.

giovedì 24 maggio 2012

E' tornato Vinicio. E' passato Vinicio. Ieri l'altro, al Poble Sec.
Vinicio, grosso, grasso, nero e ingombrante, è in realtà basso, come tutti i grandi, e non è grasso, ma sì ingombrante. Nel senso bello del termine. Come entrare in un vecchio magazzino attraverso la porta del retrobottega. Permesso sì, scusi, grazie. Accedere a luoghi pieni di polvere, storia, luce e magia. Candelabri, pianoforti, strumenti scientifici, quadri dell'800, tele stampate, mobili, soprammobili, ninnoli, scheletri, manoscritti,  sestanti, chitarre, vestiti, animali impagliati e altri innumerevoli tesori che hai conosciuto soltanto nei libri illustrati. Vinicio e il suo spettacolo Marinai, Profeti e Balene, con il pianoforte a coda messo di traverso, cioè a dritta, dove il pianista non è un pianista ma un timoniere, intorno al quale si squadra la ciurma sotto agli alberi immaginari. Glauco, Zeno e Mauro a mezzana, Vinicio e Vincenzo a maestra, Asso e Francesco a trinchetto, salpando in un rumore di catene e presagi, sotto una chiglia rovesciata, il ventre di un balena, la bocca di un capodoglio. Io, che ascolto il disco solo adesso che scrivo, al concerto mi lascio trascinare dall'onda lunga, lenta e notturna di parole e dalla marea di strumenti che l'equipaggio manovra alla perfezione d'orologio, con maestria di lungo corso di chi sa dove va anche nel buio pesto. Io sono al secondo piano e mi ammareggio del ritardo, è come stare arrampicato a prua mentre piove ed è notte, e tutti gli altri sono sottocoperta ingozzandosi di rhum, e ridendo. Oh well. Mi piace guardare il marinaio di palco che cambia le chitarre, i cappelli e i vestimenti a Vinicio e poi spunta fuori e mima il polipo, il ciclope e il palombaro. Mi piace godermi la pachidermica paraphernalia di Vinicio, sapere che è la naturale estensione spettacolare della sua musica, dei testi e della sua testa bacata. Coleridge, Conrad e Melville sono dalla sua parte, ma ci sono anche i tre catalani di Cabo San Roque, il suo spagnolo da italiano in gita e i grappoli di compatrioti e compatriote, occhi che guardano e saltano da una parte all'altra, che girano, cercano, segnano, appuntano, dicono e dimenticano. C'è un'altra volta Vinicio, con la sua feluca e la sua gabardina, fermo negli anni e nella poetica dell'illusione della felicità, l'inganno dell'amore e la condizione umana, a condizione che sia mitica e mitologica. C'è Vinicio che ci uccide alla fine con Le Sirene, e non importa dove lo trascini la prossima tempesta artistica domani. Il suo genio, come un mago, uscirà sempre dalla giubba fradicia una carta come Le Sirene, magicamente asciutta e bella, come la salvezza quando sembra che tutto è andato perduto. E c'è il Vinicio delle taverne che ci ha fatto Che coss'è l'amor e altri oldies but goldies in memoria delle sue notti al Poble Sec nel Tinta Roja. Anche se il lupo perde il pelo e beve solo in ufficio, noi contenti.




Punkabbestia, pulabbestia.

martedì 8 maggio 2012

Ok, è il giorno dei neologismi. Premessa. Il punkabbestia, la famosa creatura suburbana contemporanea, in Spagna prende il nome di perroflauta. Perro=cane, flauta=flauto, perché il punkabbestia di Barcellona, che poi sovente è italiano, staziona sul marciapiedi suonando la melodia di Pinocchio col flauto dolce mentre la sua compagna sorseggia da un litrozzo in compagnia dei cani. All'inizio della settimana passata noi abitanti del centro di Barna siamo stati martellati per tre - dico tre - giorni consecutivi, dall'elicottero della pula che per dodici - dico dodici - ore al giorno sperperava allegramente ettolitri di kerosene dalle tasche dei cittadini per "sorvegliare" i benemeriti banchieri che si sono dati appuntamento per fare due chiacchiere all'Hotel Arts. Per fortuna non ci sono state manifestazioni, che io sappia, né incidenti, perché all'unisono abbiamo in tanti deciso di ignorare questo evento, frustrando in tal maniera la sete di mazzate dell'apparato governativo locale fatto di 8.000 poliziotti per 22 banchieri e godendoci invece il sole di maggio. Ho letto con piacere questo articolo di Xavier Theros su El País, di cui mi accingo a tradurre alcuni passi per raccontare al lettore italiano l'aria che tira qui, ma con leggerezza e occhi di cittadino. L'articolo s'intitola La piaga dei poliflautas, cioè la piaga dei poliziotti in borghese vestiti da antisistema, dei veri 007 che si fanno sempre, ma dico sempre sgamare in tutte le manifestazioni grazie ai loro segni di riconoscimento e alle loro incredibili capacità attoriali. Sono bravi a confondersi nella folla quanto una zucca in un campo di rucula, e YouTube è pieno dei loro capolavori di camouflage. Quindi: polibbestia, sbirrabbestia, pulabbestia, fate voi. Leggiamo (eppoi giuro che smetto di parlare di 'sta roba sul mio blog, che c'è in giro molto di meglio di cui occuparsi),

"La polizia catalana è ogni giorno più originale. Quando sono in uniforme nascondono l'identificazione e si coprono con un passamontagna (comportamento di dubbiosa legalità e pessima immagine democratica). E quando vogliono girare in incognito si mettono un braccialetto per non essere confusi con quei pericolosissimi vandali brucia-cassonetti che in queste ore - secondo il nostro pimpante consejero de Interior (Felip Puig, il "ministro dell'Interno" in Catalunya, NdB) stanno saccheggiando la città da una parte e dall'altra. Sembra che si tratti dell'ultima moda primaverile delle forze di sicurezza: l'estetica pulabbestia. L'altro ieri ce n'era un gruppetto sotto il balcone di casa mia, mascherato da attivisti antisistema però con un braccialetto color verde al braccio sinistro. Una specie di uniforme di polizia segreta, un ossimoro da manuale disegnato da qualche dittatura delle banane per i suoi sgherri. Se avete la sfortuna di risiedere nel centro di questa città in questi giorni saprete di cosa sto parlando. Nelle ultime 48 ore il rumore dell'elicottero non ha smesso un attimo di sorvolare le nostre teste (...). A metà strada tra Apocalypse Now e Supercar, questi apparati, che sono equipaggiati con tutto meno un sistema di ammortizzazione del rumore, ci hanno rotto le scatole notte e giorno. Da chiamare la polizia, dico io. (...) La mia immagine del giorno è stata quella di una pensionata che si avvicina a una pattuglia e gli grida: dovreste inseguirli, i ladri, non proteggerli!!!".


Fonte: http://ccaa.elpais.com/ccaa/2012/05/04/catalunya/1336088277_543809.html




Home.

sabato 21 aprile 2012

Con questo titolo aspirato e rotondo vorrei aprire il post di oggi dedicato all'evento di domani, che non leggerete perché è venerdì sera e avrete di meglio daffare sicuramente.  Anyway, domani, turisti e residenti di Barcelonia, si celebra l'inizio del weekend Dia de la Tierra (Earth Day). A me, piace come si celebra qui. Si riempie il parc de la Ciutadella di bancarelle e gazebos a più non posso contenenti una gigantesca offerta di cultura ecologica, sanatoria, gastronomica e intrattenitrice. Si passeggia sotto il sole di aprile tra mille facce sorridenti e qualche ranforinco che ti vuole dare abbracci gratis, e se non si ha voglia di impegnarsi in questa o quell'altra proposta, si troverà sempre una graziosa argentina coi rasta che ti infila una space cake in bocca e via a scialare tutto il giorno, che è sabato. Mi piace perché...non so, è in equilibrio. Ci sono cose che toccano la testa, il cuore e la pancia di un po' di tutti, non solo degli hippies. C'è anche roba, come si diceva negli anni '80, very original. Diamo un'occhiata al flyer, dal disegno un po' hollywoodiano/youtube style, con un'anziana che si fa un gran cilone soffiando fumo sul culo del nostro bel pianeta. Apriamolo ed esaminiamo il programma. Si può assistire a una lezione del dottor Lee Kuy Moon, poi a un workshop di cucina vegetariana/vegana per imparare a cucinare le verdure e i cereali come non abbiamo mai saputo fare. Si può fare biodanza (?), sanazione pranica o amareggiarsi con un dibattito su speculazione e mercati, crisi e debito pubblico, a cura di Attac Catalunya. Si può seguire il maestro taoista Tian Cheng Yang o conoscere il progetto anarchico di eco-villaggio in Vall de Biert. Si può conoscere la coltivazione vibrazionale ecologica (#!?) o vibrare  e guarire con gli angeli (sic). Se sei diabetico e non conosci la stevia, stevia-diabetico, nice to meet you. E via così, un florilegio di incontri, sfioramenti e massaggi nelle mura della Città Ideale. D'altronde, come dice il dottor Moon, siamo già così pieni di "preoccupazioni" che non ci fa male staccare dal minchionismo quotidiano e guardare un po' oltre (o magari, invece, ben dentro) il nostro giardino. Buon Earth Day a tutti/e!



Barcellona e Madrid scommettono su di te.

lunedì 2 aprile 2012

Sembra che il Male si stia impossessando di questa bella terra iberica. Dopo la manifestazione di giovedì abbiamo potuto assistere al penoso spettacolo di autosabotaggio dell'autorità catalana, diventata ormai bravissima a buttare benzina sul fuoco dello scontento sociale, sguinzagliando i suoi sbirri in borghese per bruciare cassonetti e rendendosi ridicolmente inefficace nel saper isolare i veri violenti. Che poi io li ho visti da vicino, i violenti, e non sono nient'altro un branco di pischelli incazzati, che non hanno ancora né la barba né un posto di lavoro, e che se vanno in giro con la bandiera catalana al collo e tutta la paraphernalia dell'indipendentismo da bar di cui sono infarciti sin da bambini. Quindi, tutto fumo e niente asado, solo mucho macho e blablabla di comunicati politici per rassicurare i benpensanti, i commercianti e i fans della "marca Barcelona" (dios!).
Oggi leggo un'altra notizia stomachevole che mi spinge sempre di più verso l'idea di imparare velocemente il tedesco o di cominciare a viaggiare il mondo e starmene un po' via dal brodo europeo: delegazioni del governo catalano e madrileño sono andate a Las Vegas, come i Re Magi, a rendere omaggi e salamelecchi a un re paralitico, il vecchio magnate Sheldon Adelson, che ha avuto la brillante idea di costruire una Eurovegas, cioè una Las Vegas Europea, proprio qui in Espain. La notizia avrà fatto brillare gli occhi di questi agenti di commercio del Regno e dell'Estat, cho sono accorsi al Venetian, di cui Anderson è il fondatore, a inginocchiarsi di fronte al miliardario pregando che il suo scettro d'oro, con punta a cappella di cazzo, si posasse sulla spalla di Barcellona l'uno e di Madrid l'altro.
Pensa in grande, 'sta gente. Non solo ha abbruttito milioni di persono sole e sfortunate con le loro dannate macchine tragaperras, le slot machines che decorano ogni bar marcio che si rispetti nella geografia del Paese, ma vuole estendere questo "modelo de negocio" a una intera città, possibilmente da costruire da zero. Ebbene cari signori, dal povero cattolico qui che scrive, e che non riesce a pensare se non in inferno e paradiso, parte il più caloroso augurio che la terra vi traghi prima che possiate mettere la firma su questo progetto. A voi, a chi vi manda e alla vostra progenie di machos ibericos sudati, cialtroni, pieni di forfora e amanti delle macchine grosse e dei centri commerciali.  Hasta la vista, come direbbero gli americani.

PS. Fronte compatto su Twitter. No Eurovegas!

Sheldon Adelson, un modello per i giovani.

Tra viaggiatori ci si aiuta.

mercoledì 25 gennaio 2012

All'inizio di quest'anno la T-10, il titolo di trasporto pubblico più usato dai barcellonesi, è stato aumentato a ben 9,25€. Una botta. Non tanto per me che ho l'abitudine di muovermi in bicicletta, anche se ovviamente una T-10 ogni tanto la devo comprare. Però per chi ogni settimana deve sorbirsi la canzoncina del metro, questo 12% di aumento è un severo calcio nel culo, lato portafogli. Per fortuna, oltre alle lamentele, sono arrivate anche delle soluzioni interessanti, nonché virali. La prima è stata Promobilletes.com, un sito creato da due ingegneri del Politecnico di Catalunya, che vende biglietti T-10 con sconti dal 10 al 50%. L'avanzo del costo del titolo è suffragato dalla pubblicità. E a buon rendere, direi, visto che hanno raggiunto in poco tempo 10.000 visite al giorno e una pagina in Facebook con più di 8.700 fans, il sogno bagnato di ogni community manager. Attualmente Promobilletes è stata sospesa per iniziate trattative con i dirigenti dell'Azienda dei Trasporti Metropolitani di Barcellona (TMB). L'altra invenzione ha un sapore diverso, molto più genuino e "rivoluzionario". Dato che la durata del viaggio singolo è di 1 ora e un quarto, e preso in considerazione che la maggior parte dei viaggiatori utilizza il titolo per un tempo inferiore, la FAVB (federazione dei comitati di quartiere di Barcellona) ha deciso di promuovere l'uso della T-11. Questo biglietto "fantasma" non è nient'altro che il tuo decimo e ultimo viaggio della T-10 messo a disposizione di qualcun altro, offerto all'uscita dal metro o del bus oppure incastrato nelle pensiline. E' importante, perché funzioni, che venga cambiata la linea di trasporto. Se si esce dal metro, per esempio, la si ficcherà nella pensilina della fermata di autobus più vicina, altrimenti per il metro non sarà valida. Tutto qui. Quindi la prossima volta che vedrai un biglietto infilato da qualche parte alla fermata, sappi che non è il gesto di un ragazzino immaturo, ma un piccolo, anonimo regalo per te.

Sei una statua? Ti tasso.

venerdì 13 gennaio 2012

Il Comune di Barcellona ha contato le monete da un euro nei cestelli delle statue umane sulla Rambla e ha deciso che valgon bene una tassa. Ha inoltre deciso di spostarle nella parte bassa (la Rambla di Santa Monica) perché più larga e favorevole alle agglomerazioni. Quest'ultima mi sembra una decisione saggia che accolgo con favore. Finalmente potrò attraversare la Rambla in linea retta. Si è inoltre deciso di restringere l'uso pubblico ad artisti che superino un'audizione di controllo qualità. I tempi in cui ti potevi mettere in testa una maschera di Homer Simpson ed eri a posto sono finiti da un pezzo, ma tant'è.  Ti piacciono le statue umane? Qui una bella collezione.




Calçots, rosamarina e l'albero del punk.

lunedì 2 gennaio 2012

Iniziamo bene l'anno parlando di tre piccole scoperte in grado di meravigliare. Due delle quali una sorpresa per chi scrive. La prima, per gli amici italiani in visita, e per me un piacere da ritrovare ogni inverno.

1. I calçots.

I calçots sono, fondamentalmente, delle cipolle allungate (Allium cepa), tipiche della Catalunya. Si chiamano così perché per ottenere il gambo lungo si "calza" la terra in cima alla pianta. Sono un piatto tradizionale che di solito viene consumato in gruppo e in campagna, ma niente impedisce di cucinarseli in casa. I calçots si abbrustoliscono alla fiamma viva (o ai ferri) e vengono lasciati riposare per qualche minuto avvolti in carta di giornale. Dopodiché si pelano con le mani, con un unico gesto, come un mago che toglie il fazzoletto dalla bacchetta magica - ma al rallentatore -  e si intingono in un'apposita salsa di pomodoro, mandorle, aglio, peperoni. Si sollevano in alto e si fanno calare all'interno della bocca, non senza essersi premuniti di un bavagliuolo. Un delizia. La cipolla è dolce e succosa, e si sposa perfettamente con la salsa, facendo immediatamente scattare una pulsione che spinge i commensali a mangiarsene dozzine, innaffiandoli con robusto vino rosso o cava (lo champagne in Spagna). Ricchi di vitamine e minerali, i calçots posseggono inoltre proprietà diuretiche, digestive e afrodisiache.



2. La rosamarina.

Amici calabresi hanno sfoderato dal frigo questa delizia di antipasto per la cena di Capodanno. Una crema di peperoncini e avannotti di acciughe, che si elabora solo per un periodo brevissimo tra marzo e aprile, principalmente sulla costa jonica. La rosamarina è anche chiamata "caviale dei poveri". Allora voglio essere povero tutta la vita. Il piccante è perfetto per uccidere il senso di colpa per questo micro genocidio.



3. L'albero del punk.

Questo non si mangia, e non si dovrebbe nemmeno toccare. A volte serve l'occhio di un amico trasferitosi da poco a Barcellona per rivelarti quello che hai avuto sotto gli occhi per molto tempo e non hai mai visto. Tra il Passeig de Colom e l'entrata alla Barceloneta c'è uno slargo dove è frequente passare, sia a piedi che in bicicletta. Aiuole costeggiano la pista ciclabile e vari tipi di alberi adornano il percorso. Quest'albero, ribattezzato provvisoriamente albero del punk, lo avrò visto mille volte ma non l'ho guardato mai. A prima vista è un innocuo arbustello dal tronco cicciotto e la coppa rada. Se ti avvicini però, potrai osservare la sua vera natura di difensore. E' come se una strega avesse trasformato in albero un guerriero medievale. O un metallaro. Il tronco è costellato di spine bitorzolute della grandezza che varia da quella di un'unghia di pollice a quella di un pugno. I rami alti, protetti da questo sbarramento tipo pitbull, sembrano mazze ferrate senza manico, e si punteggiano di fiori gialli molto simili alle orchidee. Grossi frutti che ricordano la papaya pendono dalle estremità come lampadine. Se conoscete il nome di quest'albero fatemelo sapere!







Bottarga, Batteria, Bellezza - Intervista a Oriol Roca

sabato 3 dicembre 2011

En castellano


Apriamo oggi la rubrica di Barcellonando "Gli italiani lo fanno", dedicata agli italiani che sono a Barcellona e che fanno cose (possibilmente interessanti). E apriamo con Oriol Roca, che non è italiano ma 1) Doverosamente questo è il nostro omaggio a Catalunya (Catalogna non mi piace, in questo blog sempre si scriverà Catalunya) 2) Oriol ha una bellissima relazione con l'Italia, specie con la Sardegna, che ci racconta in questa intervista. Prima pensavo che il batterista era quel tipo che sta dietro la batteria, e sin dall'inizio non ho mai creduto alla storia che Ringo riceveva più lettere d'amore di tutti  gli altri Beatles. Se pensate che il batterista solo serve a fare casino mentre gli altri suonano musica, e che alla fine si limita a lanciare le bacchette sul pubblico, dovete continuare a leggere. Ma direi che dovete farlo in ogni caso.

Oriol, tu sei uno dei miei musicisti preferiti e inoltre hai un rapporto speciale con l'Italia, in particolare con la Sardegna. Com'è nata questa relazione?

Nel 2011 sono andato a studiare in Olanda e le prime persone che ho conosciuto, e che furono miei compagni d'appartamento per tre anni,  sono stati Giovanni e Daniele, due musicisti di Roma che cominciavano anche loro l'avventura nei Paesi Bassi quello stesso anno. L'esperienza è stata determinante perché mi ha permesso di imparare la lingua e di scoprire molti gioielli della cultura italiana: i film di Nanni Moretti, il gusto per la cucina (che però già mi piaceva, io da piccolo volevo fare il cuoco), i gruppi di rock progressivo italiano, il Chianti e il Montepulciano d'Abruzzo (Daniele era anche sommelier), il senso dell'umorismo romano, Pino Daniele, l'arte di preparare un buon caffè, 90º minuto della RAI (che Giovanni seguiva religiosamente ogni domenica pomeriggio - e quell'anno la Roma aveva vinto lo Scudetto)! Insomma, grazie a loro due quell'anno scoprii le cose migliori dell'Italia.
Da lí poi cominciai a conoscere molti altri musicisti italiani con i quali continuo a suonare ancora oggi. La connessione con la Sardegna è nata grazie al contrabbassista sardo Manolo Cabras, uno dei migliori contrabbassisti che conosco. Diventammo molto amici e credo che dal 2002 tutte le estati sono sempre andato in Sardegna, a parte l'estate scorsa. Ma rimedieró subito visto che a dicembre ho due concerti in un festival vicino a Olbia!
Grazie a Manolo ho potuto conoscere molte parti dell'isola. La zona che conosco di più è il sud, la zona di Cagliari, ma l'ho girata un po' tutta. Per il mare credo che la mia parte favorita è il Nord Est, vicino a Capo Comino; sembra una cartolina e non c'è molta gente.

Nel 2009 hai suonato al festival Isole Che Parlano di Palau, dove hai inciso un disco stupendo, La Tomba dei Giganti. Raccontaci di questa esperienza e parlaci della sensazione di suonare in un posto così speciale.

Nell'agosto del 2009 il musicista, amico e direttore del Festival Isole che Parlano Paolo Angeli mi ha chiamato per chiedermi se volevo fare un "solo" al festival, in settembre, spiegandomi che si sarebbe trattato di suonare in un luogo speciale, un monumento funerario del 1400 a.C., la Tomba dei Giganti! Gli dissi di sì. Mi ha mandato foto del posto e mi ha raccontato della componente mistica per la gente della zona e per molti pellegrini che vengono da tutta Italia per curarsi grazie alle "radiazioni" che emergono da quel punto.
Nei giorni prima del concerto mi feci un'idea di quello che doveva essere un posto così speciale e decisi di orientare l'improvvisazione verso gli elementi che suggeriva e che vi immaginavo incontrare: concetti come il silenzio, la natura, la pietra millenaria, gli antenati, lo scorrere del tempo...
Quel concerto in un posto sperduto, su una montagna sarda, con tutta quella gente venuta a radunarsi intorno alla Tomba per ascoltare un tipo suonare un assolo di batteria di 40 minuti, in un silenzio che poche volte ho potuto sentire nella vita, è stata una delle esperienze più intense que abbia mai avuto.

Che differenze trovi tra suonare in Sardegna e nella tua Catalunya, e poi tra le rive del Mediterraneo e l'Olanda o la Francia, dove suoni spesso?

Suono in Catalunya da quando avevo 14 anni e per me è la cosa piú abituale. Mentre la Sardegna la associo sempre e solo a cose buone: estate, caldo, divertimento, bottarga e vermentino... E ogni volta che ci vado mi capita di suonare con buoni amici e in situazioni molto rilassate. Adoro suonare lí.
Mi ha sempre impressionato la quantità di buoni musicisti che è uscita da quell'isola, gente come Paolo Fresu, Riccardo Pittau, quel matto di Antonello Salis e il mio amico pianista Augusto Pirodda (che qualche mese fa ha inciso un disco con Gary Peacock e Paul Motian - riposa in pace, maestro!), l'incredibile Paolo Angeli o Manolo Cabras. E molti altri. Ma soprattuto è impressionante pensare che per questa gente da giovanissima era praticamente impossibile comprare dischi di jazz in Sardegna, a parte di Louis Armstrong e Billy Holiday che si trovano dappertutto in tutto il mondo... Manolo mi raccontava che compravano i dischi attraverso il catalogo postale della ECM (la mitica casa discografica tedesca), senza conoscere in quel momento i musicisti... Conoscevano per esempio Jan Garbarek e poi vedevano che suonava con un tal Bobo Stenson in un altro disco. Gli piaceva Stenson e allora cercavano altri dischi suoi e cosí via. Poco a poco diventarono dei veri esperti di quella etichetta discografica. Tutto questo via posta e con i pacchetti che spesso si perdevano per strada. Voglio dire che per il fatto di vivere in un'isola tutto era più lento e complicato. Dovevano sbattersi parecchio per procurarsi materiale didattico, professori, partiture, dischi. Alcuni di loro, come Manolo, hanno fatto il conservatorio, l'unica via possibile. Ogni volta che potevano andavano ai seminari di Siena Jazz e imparavano a fianco di gente come Dave Holland, Pieranunzi o Enrico Rava. Poi c'erano un paio di buoni festival, tanto che gente come Lester Bowie visse lì molti anni perché si innamorò dell'isola un' estate che ci andò a suonare. La Sardegna è un posto molto speciale in tutti i sensi...

I musicisti di jazz italiano hanno il sangue caldo, sono molto intensi e con un background di musica popolare molto grande. Tutto questo li converte in molti casi in musicisti di temperamento e mi piace molto suonare con loro. Nel Nord Europa è diverso. Dal clima alla gastronomia, la gente del nord non si assomiglia molto a quella del sud. Quando si tratta di suonare questo non è né meglio né peggio. Cosí a grandi linee direi che i nordici sono più "contemplativi" e più rigorosi e impegnati rispetto ai quelli del sud, con eccezioni, chiaro. Molti hanno potuto studiare in condizioni molto buone sin da piccoli e normalmente sono molto preparati. Personalmente mi piace suonare sia con gli uni che con gli altri.

Nel Mediterraneo si suona meglio o è solo l'insostituibile estate mediterranea che fa effetto sul pubblico e sui musicisti?

Un giorno stavo parlando con un amico della Repubblica Ceca, un eccelente batterista, Marek Patrman, che vive a Bruxelles, e mi raccontava di quando venne a Barcellona per la prima volta negli anni '90. Passava le giornate seduto nelle terrazze dei bar, bevendo vino o sangria e mangiando tapas. Mi diceva: se fossi di Barcellona suonerei salsa. Però vive a Bruxelles e suona un freejazz oscuro e denso. Credo che ci influenza la grande quantità di sole a cui siamo esposti. Nei cinque anni che passai in Olanda mi sono abituato a vivere senza sole, ma sarebbe stata dura scegliere di vivere lì. Come dice Serrat... "Nací en el Mediterraneo...".

Il jazz e l'improvvisazione sono il tuo pane quotidiano, però sei noto anche per potenti incursioni  nel pop e nella fusione hip hop, penso ad Amanda Jayne e il progetto con la Mala Rodriguez, Refree e il Taller de Musics. Come ti trovi a suonare in 4/4?

Mi piace suonare qualunque tipo di musica che abbia senso per me. Mio padre è un grande fan dei Beatles (suona in un gruppo e va a provare religiosamente tutti i lunedì). Sono cresciuto ascoltando questa musica e nei miei primi gruppi facevamo cover dei Led Zeppelin o Jimi Hendrix. Continuo a suonare regolarmente con progetti che non hanno a che fare con il jazz però sempre perché mi sento ugualmente libero con le persone con cui suono, gente molto aperta a cui le etichette non importano un granché, come Refree per esempio. Credo che non bisogna chiudersi le porte solo perché a un certo punto uno ha scelto di essere musicista di jazz o pop, non ha senso. Io mi diverto facendo musica, qualunque sia l'aggettivo che la gente voglia aggiungerle.

Cosa ti piace di più della musica improvvisata? Parola vietata: libertà!


Ha ha! Un po' difficile allora se non posso usare questa parola! Per me suonare musica improvvisata è come tornare bambino. Da bambino tutto è possibile. Quando giochi con tuo fratello a scuola non esistono limiti, puoi immaginarti tutto quello che vuoi. La musica improvvisata, anche se contiene convenzioni non scritte, permette che succedano cose che in altri contesti non potrebbeero mai succedere. Molta gente ha l'impressione in genere che nell'improvvisazione tutto può succedere, ma non è proprio cosí. Per essere capace di suonare in un contesto dove di base non ci sono norme è necessario avere una certa conoscenza di questa musica: esistono codici ed elementi essenziali e necessari in qualunque stilo musicale. Per esempio è determinante saper ascoltare. Ascoltando, io stesso ho imparato di più. Ascoltando dischi, andando a concerti...Esporsi a musica sconosciuta può risultare difficile all'inizio, ma anche ascoltare mentre uno sta suonando. Solo così è possibile costruire un discorso collettivo che va da qualche parte. Certo è che l'improvvisazione può anche essere una rottura di palle se non ha una direzione chiara. Ma forma parte del rischio che uno deve prendere. Il rischio che non sempre può uscire qualcosa di incredibile e irripetibile.

Oltre alla musica in sé, ti intrecci anche con la danza contemporanea in lavori come CREA e Lanònima imperial. Chi "comanda" in un'improvvisazione di danza, il musicista o il ballerino? 

Io intendo l'improvvisazione danza/musica con un dialogo tra discipline artistiche o due forme di esprimersi in cui uno suggerisce e accoglie allo stesso tempo. Il dialogo esiste solo quando cada una delle parti esprime quello che pensa, ascoltando e reagendo a quello che l'altro suggerisce. Credo che nessuno debba comandare, il discorso è collettivo e va intessendosi mano a mano. Quanti più elementi partecipano, più complicato risulta fissare una direzione. E' facile perdere il Nord e il tutto può disperdersi. La mia esperienza mi insegna che è più gratificante farlo con pochi elementi in gioco (pochi musicisti e pochi ballerini). Da tempo lavoro con la ballerina catalana Ana Rubirola. Siamo amici da anni, certo, questo aiuta, però per il fatto che siamo solo due elementi rende più facile la comunicazione, è più facile capirsi e trasmetterlo piuttosto che con molta gente. In ogni caso sempre impari cose nuove, ma mi viene in mente l'aforisma dell'architetto Mies Van der Rohe, "less is more", ossia, fare di meno e lasciare più spazio.

Suoni con Paolo Angeli e poi con Paolo  ancora e Sasha Agranov nella Piccola Orchestra Gagarin. Che differenza c'è a suonare solo con Paolo e con il trio?

Le due formazioni mi piacciono moltissimo, sono simili ma diverse. In duo c'è piu spazio che nel trio, e forse implica anche una maggiore responsabilità. Forse in due più facile passare da un' idea all'altra che in tre, è più facile mettersi d'accordo su che direzione prendere. Pero la POG è un gruppo fantastico dove c'è un'intesa mutua naturale e comunicazione, come se avessimo suonato insieme da moltissimo mentre invece è proprio il contrario. La paletta di colori si moltiplica quando siamo in tre, soprattutto per la loro parte elettronica e perché sono essenzialmente due grandi musicisti. Ed è un piacere suonare con loro,  ci divertiamo molto e credo che abbiamo molta strada davanti.

Qual è il posto più strano dove hai mai suonato?

Forse i posti più strani risalgono al mio periodo in Olanda. Un paio di volte ho suonato alla festa annuale dell' accademia militare degli ufficiali dell'esercito olandese. Questi tipi mettevano su ogni volta una campo da beach volley dentro la base. Una volta chiesi a un ufficiale come facevano e mi rispose: "Noi siamo l'esercito. Andiamo coi camion alla spiaggia dell'Aia, li rimpiamo di sabbia e ce ne andiamo. Nessuno fa domande". Poi ho suonato in feste di milionari dove ti davano mance di 500 €, in ambasciate, nella sede della petrolifera Shell a Rotterdam con i tutti i pesci grossi della compagnia e in uno dei palazzi della regina Beatrice d'Olanda.

E quello dove vorresti suonare più di ogni altro al mondo?
 E con chi?

Con la Piccola Orchestra Gagarin al Cremlino.

Disegnami una dream band per te. Valgono anche musicisti del passato.

Sicuramente è il sogno di molti musicicsti, pero vorrei trasportarmi a metà degli anni '60 e aggiungermi al quintetto di Miles Davis con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter e Tomy Williams. E io, chiaro, due batterie. Come seconda opzione, suonare con Jaco Pastorious nei Weather Report.

A quali progetti stai lavorando ultimamente?
Ho varie cose per la mani e alcuni dischi che usciranno tra breve, come quello col Mutt Trio, un altro con il pianista Giovanni di Domenico, il nuovo disco di Davind Mengual....ma soprattuto continuare a suonare con la gente con cui suono da anni.

Grazie, Oriol.
Grazie a te!

En castellano

Oriol, tu eres uno de mis músicos favoritos y además tienes una relación especial con Italia, en particular con Cerdeña. ¿Como ha nacido esta relación?

En el año 2001 fui a vivir y estudiar en Holanda; allí, las primeras personas que conocí (que fueron mis compañeros de piso durante tres años) fueron Giovanni y Daniele, dos músicos de Roma que también empezaban su aventura en los países bajos aquel mismo año. Esto fue determinante porque me permitió aprender el idioma y descubrir muchas joyas de la cultura italiana: los films de Nanni Moretti, el gusto por la cocina (en realidad a mí ya me gustaba, de pequeño quería ser cocinero), los grupos de rock progresivos italianos, el Chianti y el Montepulciano d’Abruzzo (Daniele era también somelier), el humor romano, Pino Daniele, el arte de preparar un buen café, el 90º minuto de la RAI - popular emisión de futbol, NdB - (que Giovanni miraba religiosamente cada domingo por la tarde en la tele, aquél año la Roma había ganado lo Scudetto!). Vaya, que descubrí lo bueno y mejor de Italia gracias a ellos dos. 
A partir de vivir con ellos me junté con muchos otros músicos italianos, con los que sigo tocando actualmente. Pero quine me conectó con la Sardegna fue el contrabajista sardo Manolo Cabras, uno de los mejores contrabajistas que conozco. Nos hicimos muy amigos y creo que desde el año 2002 he ido cada verano a Sardegna excepto este verano pasado… pero lo solucionaré en breve, en diciembre tengo dos conciertos en un festival cerca de Olbia
Gracias a Manolo he podido conocer muchas partes de la isla. Lo que conozco más es el sur, la zona de Cagliari; pero he estado en muchos lugares de norte a sur. A nivel de mar creo que me quedaría con la zona del noreste cerca de Capo Comino; parece una postal y hay muy poco gente.

En el 2009 tocaste en el festival Isole Che Parlano en Palau y allí grabaste un disco estupendo, La Tomba dei Giganti. Cuentanos de esta experiencia y de la sensación de tocar en un sitio tan especial.

En Agosto del 2009 el músico, amigo y director del festival Isole che Parlano me llamó para preguntarme si me gustaría hacer un solo en el festival que tenía lugar en septiembre. Me explicó el lugar especial donde tendría lugar el concierto: delante de un monumento funerario del 1400 a.C., delante de la Tomba dei Giganti. Le dije que sí.
Me mandó fotos del lugar y me explicó todo el componente místico del lugar para la gente de la zona y para muchos peregrinos que vienen de todas partes de Italia para curarse de alguna enfermedad a través de las “radiaciones” que emergen de aquel punto. 
Los días previos al concierto pude hacerme una idea de lo que debía ser aquel sitio tan especial y decidí orientar la improvisación del solo hacia todos los elementos que me sugería el lugar e imaginaba encontraría allí: básicamente conceptos como el silencio, la naturaleza, la piedra milenaria, los antepasados, el paso del tiempo…
Aquel concierto en medio de la nada, en un monte sardo y con toda la gente que vino aquella tarde rodeando La Tomba, para escuchar un tío tocar un solo de 40 minutos de batería y en un silencio que pocas veces se ha vuelto a repetir, fue una de las experiencias más intensas que he tenido nunca a través de la música.

¿Qué diferencias encuentras entre tocar en Cerdeña y en tu Cataluña, y después entre las orillas del Mediterraneo y Holanda o Francia, donde tocas a menudo?

Tocar en Catalunya es algo que llevo haciendo desde que tenía 14 años, y para mí es lo más habitual; en cambio Sardegna es un sitio asociado sólo a cosas buenas, a verano, a calor, a diversión, a la bottarga y el vermentino… y cada vez que toco allí es con buenos amigos y en situaciones muy relajadas. Me encanta ir allí a tocar.
Siempre me ha impresionado la cantidad de buenos músicos que han salido de esta isla, gente como Paolo Fresu, Riccardo Pittau, el “loco” de Antonello Salis, y también mi amigo y pianista Augusto Pirodda (quien sacó hace unos meses un disco a trio con Gary Peacock y Paul Motian, en paz descanse el maestro…), el increíble Paolo Angeli o Manolo Cabras. Hay muchos más, y es aún más impresionante pensar que cuando esta gente eran jóvenes era prácticamente imposible comprar discos de jazz en Sardegna a parte de los de Louis Amstrong o Billie holiday, que están en cualquier rincón del mundo. Me contaba mi amigo Manolo que compraban a través de catálogos sus discos de ECM (la mítica discográfica alemana) sin conocer en aquel momento quien eran los músicos que tocaban en los discos. Conocían a uno, por ejemplo a Jan Garbarek, y después veían que éste –que les gustaba- tocaba en otro disco con un tal Bobo Stenson. Les gustaba Stenson y buscaban más discos de él y se los compraban, hasta que poco a poco se fueron convirtiendo en grandes conocedores de este sello, y de su música. Todo esto vía paquete postal que a menudo se perdía por el camino… Quiero decir que por el echo de vivir en una isla todo era mucho más complicado y lento. Se lo tenían que currar mucho para conseguir material didáctico, profesores, partituras, discos… Algunos de ellos (como Manolo) estudiaron toda la carrera de clásico; esto era lo único a lo que tenían acceso. Al mismo tiempo, muchos de estos músicos iban siempre que podían a los seminarios de Siena Jazz y aprendían al lado de gente como Dave Holland, Pieranunzi o Enrico Rava… también había un par de festivales de jazz muy buenos en la isla, hasta el punto que gente como Lester Bowie vivió allí muchos años porque se enamoró de la isla un verano que fue a tocar allí. La Sardegna es un sitio muy especial en todos los sentidos. Los músicos de jazz italianos son de sangre caliente, son muy intensos y con un background de música popular muy grande; todo esto los convierte en muchos casos en músicos temperamentales, y con los que disfruto mucho tocando.
En el norte de Europa la cosa es distinta. Empezando por el clima y terminando por sus gastronomía, la gente del norte no se parece mucho a la del sur. A la hora de tocar esto no es mejor ni peor; a grandes rasgos diría que los músicos nórdicos son más “contemplativos” y más comedidos respecto a los del sur, pero hay excepciones claro. También muchos han podido estudiar en unas condiciones muy buenas desde muy pequeños y están normalmente muy preparados. Personalmente disfruto de tocar con unos y con otros.

¿En el Mediterraneo se toca mejor o sólo es que no hay nada como el verano mediterraneo y la manera en que este influye sobre el público y los músicos?

Un día hablaba con un amigo de la República Checa, un excelente batería llamado Marek Patrman que vive en Bruselas, y me contaba la primera vez que vino a Barcelona en los años 90. Se pasó el día sentado en las terrazas bebiendo vino o sangría y comiendo tapas. Me dijo” si yo fuera de Barcelona tocaría salsa…”. La realidad es que vive en Bruselas y toca free jazz, del más oscuro y denso. 
Creo que afecta mucho la cantidad de sol a la que estamos expuestos. Los 5 años que viví en Holanda me acostumbré a vivir sin él, pero me hubiese costado mucho quedarme a vivir allí; como dice Serrat “Nací en el Mediterráneo…”.

El jazz y la improvisación son tu pan de cada día, pero eres conocido también para potentes incursiones en el pop y la fusion hip hop, pienso en Amanda Jayne o el proyecto con la Mala Rodriguez, Refree y Taller de Musics. ¿Come te sienta tocar en 4/4?

Disfruto mucho tocando cualquier música que tenga sentido para mí. Mi padre es un gran fan de The Beatles (de echo tiene un grupo de rock y ensaya cada lunes religiosamente). Yo crecí escuchando esta música y en mis primeros grupos hacíamos versiones de Led Zeppelin o Jimi Hendrix. Sigo tocando regularmente en proyectos que se escapan del jazz, pero siempre porque me siento igualmente libre con la gente con quien toco; es gente muy abierta y no prestan mucha atención a las etiquetas, como con Refree por ejemplo…  No creo que nadie se deba cerrar puertas porque en algún momento decidió ser un músico de jazz o un músico de pop. Para mí no tiene mucho sentido; me lo paso bien haciendo música sea cual sea el calificativo que la gente le quiera dar.
 

¿Qué es lo que te gusta más de la música improvisada? Prohibido decir: libertad!

Hombre! Me lo pones difícil si no puedo usar esta palabra!  Para mí la música improvisada es poder jugar a ser otra vez un niño. Cuando eres pequeño todo es posible, cuando juegas con tu hermano o en el colegio no existen los límites y puedes imaginarte lo que quieras. La música improvisada (a pesar de la existencia, también en esta música, de unas ciertas convenciones no escritas) permite que sucedan cosas que en otros contextos nunca podrían llegar a pasar.
Muchas veces la gente tiene la impresión de que en la improvisación todo vale, y no es del todo cierto. Para ser capaz de tocar libremente en un contexto dónde en principio no hay normas, es necesario un cierto conocimiento de esta música; existen códigos y elementos esenciales y necesarios en cualquier estilo musical, como por ejemplo el saber escuchar. A base de escuchar es como yo he aprendido más. Escuchar discos, ir a conciertos, enfrentarse a música desconocida y que puede resultar difícil en un principio; pero también escuchar mientras uno está tocando. Sólo así es posible construir un discurso colectivo que vaya a alguna parte; y es que la improvisación puede ser también un coñazo cuando no tiene una dirección clara. Pero forma parte del riesgo que uno debe asumir cuando se enfrenta a ello, no siempre saldrá algo increíble e irrepetible.

Además de la música en sí, tu experiencia se entrelaza con la danza contemporánea, en trabajos como CREA o Lanònima Imperial. ¿Quién "manda" en una improvisación de danza, el músico o el bailarín?

Yo entiendo la improvisación danza/música como un diálogo entre dos disciplinas artísticas o dos formas de expresarse en el que uno sugiere y recoge al mismo tiempo. El diálogo existe sólo cuando cada parte dice y expresa lo que piensa, escuchando y reaccionando a lo que el otro sugiere.
Creo que no debe comandar nadie, el discurso es colectivo y se va tejiendo a la vez. Cuantos más elementos participan de una improvisación, más complicado resulta fijar un rumbo, es fácil perder el foco de atención y que se convierta en algo disperso. Por mi experiencia de haber trabajado con bailarines, me resulta más gratificante hacerlo con pocos elementos en juego (pocos músicos y pocos bailarines).
Hace un tiempo que estamos trabajando en dúo con la bailarina catalana Anna Rubirola; si bien es cierto que somos amigos desde hace muchos años y esto ayuda mucho, el hecho de ser tan sólo dos elementos facilita la comunicación, es mucho más claro entenderse y transmitirlo que cuando he hecho cosas con mucha gente a la vez. En cualquier caso siempre aprendes cosas, pero siempre me viene en mente el aforismo de el arquitecto Mies van der Rohe, el famoso “less is more”, o sea, hacer menos y dejar más espacio.

Tocas con Paolo Angeli y luego junto con él y Sasha Agranov formais la Piccola Orchestra Gagarin. ¿Qué diferencia hay entre tocar con Paolo solo y con el trio?

Las dos formaciones me encantan, se parecen entre sí, pero son distintas. En dúo hay más espacio que en trio, y quizás implica una mayor responsabilidad. Quizás es más ágil pasar de una idea a la otra siendo dos que tres, ya que es más sencillo ponerse de acuerdo hacia dónde tirar.
Al mismo tiempo, el trio Piccola Orchestra Gagarin es un grupo fantástico donde hay una comunicación y un entendimiento mutuo natural, es como si ya hubiéramos tocado mucho juntos anteriormente, sin ser eso verdad. La paleta de colores se multiplica cuando somos los tres, sobretodo por todo lo que llevan ellos dos de electrónica, y gracias también a que son esencialmente dos grandes músicos.
Es un placer muy grande tocar con ellos, nos lo pasamos muy bien, y creo que tenemos mucho camino por andar.

¿Cual es el sitio más raro donde has tocado?

Quizás los conciertos más extraños fueron durante los años que vivía en Holanda. Toqué por ejemplo un par de veces en la fiesta anual de la academia militar de oficiales del ejército holandés. Estos tíos montaban cada año un campo de beach-volley en su fiesta dentro del recinto militar. Una vez pregunté a un oficial cómo lo hacían; me dijo: “nosotros somos el ejército, vamos con camiones a la playa de La Haya, los cargamos de arena y nos vamos; nadie pregunta nada”. También toqué en fiestas de millonarios que daban propinas de 500 €, en embajadas, en la sede de la petrolera Shell en Rotterdam con todos los peces gordos de la compañía; y también en uno de los palacios de la reina Beatrix de Holanda.

¿Y el sitio donde te gustaría más tocar en el mundo y con quién?

Con la Piccola Orchestra Gagarin en el Kremlin.

Diseñame una "dream band" para tí. Puedes incluir también músicos del pasado.

Seguramente es el sueño de muchos músicos, pero me gustaría transportarme a mediados de los años 60 y sumarme al quinteto de Miles Davis, con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter y Tony Williams (yo yo claro, dos baterías). Y como segunda opción tocar con Jaco Pastorious en Weather Report.

¿En que estás trabajando ultimamente? 



Pues hay muchas cosas en marcha y que me hacen mucha ilusión, discos que tienen que salir como el nuevo disco de MUT TRIO, otro con el pianista Giovanni di Domenico, el nuevo disco de David Mengual… pero sobretodo poder seguir tocando con toda la gente con quien llevo años haciéndolo.

Fotos:
All about Jazz
Nanni Angeli



"Barcellona Berlusconi"

martedì 8 novembre 2011

Ho appena digitato queste parole chiave in YouTube e scelto l'opzione di pubblicazione piú recente.
E' uscito questo. Lo posto qui perché è abbastanza trucido, allegro, e perché le majorettes hanno i colori del FUUTBOL CLUB BARCELOOONA. Uniamoci nella gloria. Fra un mese i Barcellonesi assisteranno a una massiccia street celebration. Incrociamo le dita. Buonanotte a tutti,

Nikon.


Battesimo

lunedì 31 ottobre 2011

"Buttarci a piedi pari nella vasca del Campari"

Ti pare poco? Sono sicuro che questo verso è costato ore di lima, al maestro Vinicio.
E' semplicemente perfetto, crudele e gioioso. Orbene, in una notte di tempesta come questa, dove la pioggia cade cade e cade senza tregua, e pure si aggiungono tuoni, fulmini, saette e cristimadonna (lanciati da quelli di turno dei vigili del fuoco, guardia urbana, croce rossa e polizia), m'accingo a inaugurare il blog Barcellonando, che significa piú o meno andar per Barcellona, facendo il flaneur. Un po' per scelta, un po' per necessità, un po' per vocazione, e un po' perché siamo tutti flaneurs e flaneuses anche quando andiamo dal verduriere. Mi scuserete in anticipo ortografia, grammatica, sintassi e accentazione (no, davvero, questo è un disclaimer):  è  da un po' che vivo qui, e si sa, la lingua è una cosa elastica.  Ho in piú la consuetudine di utilizzare un vecchio Powerbook G4 americano (quindi con una tastiera americana), una macchina eccellente che è un po' come la Vespa. Tosta e cazzuta, ma non puó competere con i motori nuovi. Una macchina del Karma, anche, sensibile e affezionata. Ogni volta per esempio che cerco di cambiarla, fare un passo avanti e comprarmi un nuovo Mac (che sapete che quelli del Mac sono basicamente degli eroinomani, cioè non tornano piú indietro), lui (anzi, lei, perché si chiama Judie) cospira per farmi licenziare. Infatti, appunto, quando ho due soldi da parte e uno stipendio, lei mi fa fare qualche cazzata e mi sbattono via adducendo una excuse qualunque. Che ci volete fare? Anche questo è amore. E quindi anche Barcellonando è amore. E per quanto riguarda l'italiano...sareste sorpresi dalle dinamiche che si possono innescare mischiando le lingue alla ricerca del senso perfetto. E' come prende l'acido negli anni' 60, si aprono le porte della percezione. E tutto, improvvisamente, risulta chiaro, unico, immenso e incasinato.

Benvenuti al blog Barcellonando e speriamo che disfrutiate delle informazioni e commenti che quivi si conterranno.